Venerdì, 03 Settembre 2010 20:50

Somewhere

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E' un uomo piacente e un attore di successo, ha soldi a palate, una schiera di belle donne pronte a cadere ai suoi piedi al primo schiocco di dita. Eppure la vita di Johnny Marco (interpretato dal fascinoso Stephen Dorff) è vuota. Vuota di emozioni, vuota di interessi, vuota di relazioni autentiche. E totalmente priva di senso.

Sotto i fitti strati d'ovattata apparenza che avvolgono la sua esistenza (dai vizi ai “diversivi” profumatamente pagati, dal lusso sfrenato alle premurose attenzioni del personale di servizio), rimane ben poca cosa. Lunghi silenzi imbarazzati, interminabili ore trascorse in solitudine, una galleria di monotone giornate sempre uguali.

"I'm not a person". “Non sono una persona”. Queste parole, pronunciate dallo stesso protagonista nella seconda metà del film, rispondono alla domanda che allo spettatore medio probabilmente frulla in testa fin dalle prime scene: ma come può un uomo vivere così? Come può un'esistenza trascinarsi in un modo così assurdamente inutile?

A spezzare il ritmo monocorde del racconto è l'arrivo di Cleo (una strepitosa Elle Fanning, sorella minore di Dakota), la figlia undicenne di Johnny. Più che da padre, con lei Johnny si comporta come un compagno di giochi, anzi, tra i due è sicuramente la ragazzina a dimostrarsi più matura. Tocca a Cleo preparargli la colazione; è lei che lo guarda storto quando si ritrova controvoglia faccia a faccia con una giovane donna (la bella Laura Chiatti) che evidentemente è passata dal letto del padre; è lei, ancora, che lo ammonisce, singhiozzando e gridando: "Tu non ci sei mai".

Eppure, all’improvviso, Johnny sente di esserci. E, forse, da qualche parte (ecco il “somewhere” del titolo), c’è l’opportunità di ricominciare.

Sofia Coppola torna a Venezia con un film profondo e intelligente che riprende alcuni temi già affrontati, con la delicatezza e la classe che la contraddistinguono, in Lost in Translation (2003): i tempi morti; la vita nei non-luoghi, ossia in ambienti impersonali e spersonalizzanti; la noia; le difficoltà di relazione e comunicazione.

Tuttavia, nel disagio adolescenziale di Cleo e nel suo rapporto sofferto con un padre assente, fagocitato dalla celebrità e dagli impegni professionali, sembrano esserci gli echi di un'altra pellicola firmata dalla regista (Il giardino delle vergini suicide, 1999) e, chissà, forse, “da qualche parte”, anche qualcosa di più intimo, legato al vissuto personale o alle fantasie infantili di un’altra ragazzina, che oggi si conferma una regista di rara raffinatezza e di grandissimo talento.

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