
L'ultimo saluto di un uomo alla propria moglie, l'ultimo sofferto viaggio insieme prima della separazione definitiva, con il florido corpo senza vita della donna premurosamente adagiato sul sedile posteriore dell'auto. Un viaggio fisico ma anche mentale, che ripercorre l'album dei ricordi della storia d'amore tra Miron (Yuriy Tsurilo) e Tanya (Yuliya Aug) e che al contempo scava nella memoria e nella cultura dimenticata dei Merja, antico popolo russo che un tempo risiedeva nella regione del Volga. Un'etnia di matrice ugro-finnica annientata da lotte religiose e divisioni politiche che ne hanno progressivamente eroso le fondamenta tradizionali e rituali.
Il film del regista russo Aleksei Fedorchenko guida lo spettatore in un territorio lontano e sconosciuto, aprendogli pazientemente uno spiraglio su usi e costumi che da tempo sono caduti nell'oblio e rendendolo testimone silente del tortuoso rito funebre che segna il commiato di Tanya dal mondo dei vivi, nonché destinatario indiretto delle confidenze intime che Miron affida all'amico Aist (Igor Sergeyev). Parole destinate a perdersi nel vento, lasciando dietro di sé solo anime senza voce, Silent Souls (questo il titolo della pellicola). L'anima di Tanya, una donna ancora giovane la cui vita si è spezzata all'improvviso. L'anima distrutta di Miron, che ha perso la sua amata. L'anima semplice di Aist, abituato a convivere con la propria solitudine. O, ancora, l'anima collettiva di un popolo, sopraffatto dalla violenza e dal progresso.
Distinguendosi per la rara espressività stilistica e per l'armoniosa fusione tra musica e immagine visiva, Aleksei Fedorchenko trasforma la narrazione filmica in pura poesia.
Silent Souls incanta per la sua bellezza composta, per la sobrietà con cui indaga il legame profondo tra l'uomo e la sua terra, per il lirismo che pervade le lunghe sequenze descrittive.
Di fronte all'ineluttabilità della morte, sia essa di un singolo o di un'intera etnia, l'individuo si abbandona al dolore e all'impotenza. Tuttavia, il riconoscimento della fragilità della condizione umana non sfocia in una concezione nichilista, ma individua nell'amore, che "non ha fine", il senso ultimo dell'esistenza.


