Mercoledì, 01 Settembre 2010 00:00

Tarantino-Rodriguez: Il progetto Grindhouse

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Che Quentin Tarantino sia innamorato del cinema di genere degli anni '70 è un fatto noto. A partire dall'utilizzo di certi attori cult di quei tempi come Pam Grier in Jackie Brown, David Carradine nei due Kill Bill e John Travolta, resuscitato da Pulp Fiction dopo un decennio di delusioni, e passando per i combattimenti di Uma Thurman che ricordano esplicitamente l'action di Bruce Lee, ogni opera del regista è una dichiarazione d'amore nei confronti di un certo modo di fare film ormai morto. E questo amore raggiunge il culmine con la realizzazione del film Grindhouse, girato a quattro mani con l'amico Robert Rodriguez. Il lungometraggio, portato sugli schermi nel 2007, è nato con l'intento di celebrare quei film poveri e grezzi che negli anni 70 venivano proiettati in coppia. Lo stesso termine Grindhouse sta ad indicare un vero e proprio genere che prese piede in America per poco meno di un decennio e che offriva due film al prezzo di uno.

Suddiviso in due capitoli (Deathproof e Planet Terror), le cui storie niente hanno in comune se non l'utilizzo di alcuni attori,  Grindhouse è realizzato con una maniacale attenzione per i dettagli, e se  più volte alle spalle dei protagonisti sono affissi poster di film action datati, la colonna sonora attinge a piene mani da lungometraggi, soprattutto polizieschi italiani, realizzati negli anni 70 (La polizia sta a guardare, Dragon's claws, Italia a mano armata, Piombo rovente) e la fotografia è qualcosa di veramente sorprendente: il colore del sangue è quel rosso tempera finto e acceso di cui abusava Dario Argento in Suspiria, i paesaggi sono sbiaditi e i colori danno l'impressione di guardare un film ingiallito dal tempo; in più frangenti la pellicola è graffiata, salta, si brucia, l' audio è volutamente fuori sincrono, in una lunga scena il colore scompare lasciando spazio al bianco e nero, il tutto col fine di immergere lo spettatore in un'atmosfera old un po' western, scopo inseguito così meticolosamente che lo spettatore è quasi stranito quando la macchina da presa insiste su accessori moderni come telefoni cellulari e lettori mp3.  Persino la locandina del film, infarcita di foto e scritte, è realizzata con quello stile grafico che evoca uno spettacolo baracconesco e un po' circense.

A  fare da collante tra l'episodio girato da Tarantino e il capitolo di Rodriguez, si inserisc ono quattro trailer cinematografici che sono parte integrante di Grindhouse, tant'è che i film pubblicizzati, realizzati da illustri nomi della cinematografia hoollywoodiana e dai titoli tanto assurdi quanto irresistibili (Thanksgiving, diretto da Eli Roth, Werewolf women of the SS, diretto da Rob Zombie e interpretato da Nicolas Cage, They call him Machete, per la regia di Rodriguez e Cowgirl in Sweden, girato da Tarantino), in realtà non esistono, e, salvo per il trailer diretto da Rodriguez, per il quale sembrerebbe che il regista voglia realizzare effettivamente un film, non vedranno mai la luce del sole.

In definitiva, il progetto Grindhouse rappresenta una dichiarazione d'amore spassionata, un amore che però le leggi del mercato hanno dovuto spezzare: nonostante buone critiche, l'eccessiva durata del film (oltre 3 ore) ha tenuto lontani dalle sale gli spettatori americani, e , a fronte di un budget di 50 milioni di dollari e un incasso di 25,  i produttori hanno deciso di distribuire nel resto del mondo due film separati. In Italia abbiamo assistito prima ad  A prova di morte, e qualche mese dopo è arrivato in sala anche Planet Terror, entrambi purtroppo epurati dei 4 finti trailer.  C'è da ammettere che presi singolarmente i due film, allungati con qualche sequenza tagliata nella versione statunitense, non riportano sostanziali differenze di contenuti rispetto al prodotto originale, ma è certo che così suddivisi non rispecchiano affatto il concetto tarantiniano di Grindhouse, che si basa esattamente sull'idea di proiettare due film di seguito e di immergere lo spettatore in un lungo e suggestivo spettacolo.

Curiosità: In A prova di morte – Deathproof il regista cita più volte sé stesso: tra i vari rimandi i più espliciti sono la suoneria del telefonino di Rosario Dawson che è l'ormai celebre fischiettio della Elle Driver di Kill Bill, la stuntwoman Zoe Bell, qui eccezionalmente attrice, che nella vita reale ha fatto da controfigura a Uma Thurman proprio in Kill Bill, e infine un'affermazione del personaggio della Dawson, che nel film dichiara di contendersi l'amore di un uomo proprio con Daryl Hannah. l'interprete del personaggio di Elle Driver.

Letto 316 volte Ultima modifica il Mercoledì, 01 Settembre 2010 11:07

doppioschermo

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