Laura Guerrato

Laura Guerrato

La favola, contemporanea e per tutte le famiglie, è nello stile semplice a cui ci ha abituati il regista di Hachiko. Tra i punti di forza l'interpretazione e la scelta delle suggestive scenografie.

Il celebre wedding planner ha presentato l'uscita in homevideo della commedia Le amiche della sposa. 

Un film misurato e particolare, povero di colpi di scena, ma mai noioso o meno interessante, che narra una storia universale, la storia di una crescita, che rimane dentro per poi essere raccontata di nuovo

la-papessaDa secoli la Chiesa si interroga e allo stesso tempo nega l’esistenza di una donna che ingannò tutti e riuscì a diventare Papa tra l’853 e l’855 d.C. Tuttavia la figura della Papessa Johanna è riuscita ad arrivare fino a noi e il film di Sönke Wortmann, tratto dal romanzo di Donna Woolfolk Cross, rappresenta il potere che questo personaggio ancora esercita ai giorni nostri.

Il film racconta la vita della Papessa, che è interpretata da tre attrici diverse: la piccola Tigerlily Hutchinson, Lotte Flack che è la Johanna adolescente che fugge dalle vessazioni del padre violento e la magnifica Johanna Wokalek che ci regala una splendida interpretazione capace di trasmettere, con il solo sguardo, un mondo di emozioni e sentimenti che tormentano Johanna durante sua difficile esistenza. E in particolare riesce a far comprendere allo spettatore la forte contraddizione che le lacera l’animo: l’amore per Dio e quello che invece prova, ricambiata, per Gerold (David Wenham), che l’ha cresciuta in casa sua come una figlia.

Notevoli le ricostruzioni storiche del IX secolo delle ambientazioni. Il villaggio che diede i natali a Johanna, figlia indesiderata del prete della piccola comunità, il monastero benedettino di Fulda dove ha studiato fingendosi uomo, fino ad arrivare a Roma.

Una città molto diversa da quella che siamo abituati a vedere nei film, senza troppi fasti, marmi e ori all’esterno, per poi ostentare negli appartamenti papali, lussuosi e carichi di oggetti preziosi, e nelle vesti dei cardinali, estremamente sgargianti e sfarzose, una ricchezza in estremo contrasto con gli insegnamenti della Chiesa, che predica la povertà e la rinuncia.

A Roma Johanna, conosciuta come Johannes Anglicus, frate benedettino esperto in medicamenti, entra nelle grazie del pontefice Sergiusla-papessa-home (John Goodman) e arriva perfino a prenderne il posto, dopo la sua morte, pur non potendo dimenticare di essere una donna, e per di più innamorata di Gerold.

Il film di Wortmann punta molto sulla condizione delle donne dell’epoca, condannate a non poter imparare né a leggere né a scrivere, relegate al solo ruolo di madri rinchiuse tra le quattro mura domestiche. Estromesse del tutto dalla vita politica, religiosa e sociale delle comunità e alla mercé degli uomini: tutori, padri, mariti e aguzzini.

Purtroppo però il limite de La Papessa risiede nell’incapacità di andare oltre la superficie, mostra senza preoccuparsi troppo di arrivare al cuore. I personaggi, se si esclude Johanna, sono soltanto abbozzati. Anche l’amore tra Johanna e Gerold non riesce a convincere lo spettatore, perché appena accennato e poco sviluppato.

Tra le smentite della Chiesa e le fonti che attestano l’esistenza di una donna pontefice, La Papessa fatica ad affermarsi nella storia … del cinema.

 

 

Tutto l’amore del mondo, primo film del regista Riccardo Grandi, che per dieci anni ha lavorato nel campo della pubblicità, uscirà nelle sale il 19 Marzo e sarà preceduto da Autovelox, un breve cortometraggio prodotto, con Medusa, dal Ministero della Gioventù per diffondere il tema della sicurezza stradale. Matteo Marini (Nicolas Vaporidis), giovane scrittore presso la casa editrice Magic Planet Books, riceve l’incarico dalla terribile direttrice Teodorani di scrivere la guida “Tutto l’amore d’Europa” sui luoghi romantici del Vecchio Continente. Matteo è un ragazzo cinico, ma senza un soldo, decide quindi di accettare l’incarico e di partire per tre mesi insieme a un fotografo, Ruben (il bravo Alessandro Roja noto per essere stato il Dandi nella serie tv Romanzo criminale), un po’ cialtrone con il quale purtroppo ha già lavorato in passato. Prima tappa Barcellona, dove il compagno di viaggio lo mette subito in difficoltà, invitando a stare con loro anche Valentina (Myriam Catania), la sua ultima fiamma, e la migliore amica, Anna (Ana Caterina Morariu), laureatasi da poco in legge e prossima al matrimonio con Giampiero, brillante avvocato dello studio di suo padre, Tommaso De Angelis (Enrico Montesano). Matteo è furioso, perché pensa che tutto possa intralciare il suo progetto: finire il reportage e avere i soldi per pagare finalmente i debiti della libreria di sua madre. Mentre Ruben e Valentina amoreggiano in continuazione, Anna e Matteo si rendono conto di essere completamente all’opposto, lui è del tutto disilluso sull’amore, per colpa anche dell’abbandono del padre (Sergio Rubini), lei invece adora le storie a lieto fine e pensa che nella vita non bisogna mai smettere di sognare. Tutto l'amore del mondoInizia così un viaggio nei luoghi più romantici d’Europa, tra mille difficoltà e imprevisti, i quattro verranno anche derubati lungo la meravigliosa passeggiata lungo la Senna. Viaggio che cambierà le loro vite, che si può dire di formazione, di crescita e di cambiamento. L’idea è venuta a Vaporidis, che del film è anche produttore insieme a Medusa, prendendo spunto dalla piéce teatrale Interrail di Massimiliano Bruno, qui anche sceneggiatore insieme a Edoardo Falcone e Andrea Bassi. Vaporidis afferma che l’intento era quello di raccontare il viaggio nel suo significato più profondo, perché il viaggio è un’esperienza intima. Il motivo giusto per dare vita ad una commedia on the road, con una ricca colonna sonora che accompagna i ragazzi con le note di This is life di Amy McDonald, Not fair di Lily Allen e Squander degli Skunk Anansie, solo per citarne alcuni. Il ritmo incalzante, la bravura degli attori principali e i cammei di due grandi come Montesano e Rubini, non allontanano però la solita catalogazione della “commedia sentimentale indirizzata al pubblico giovane”, costruita su imprevisti, battute ironiche, mai volgari e luoghi comuni, che se non fosse uguale a tante altre non sarebbe poi così male.

È stato presentato oggi alla stampa Io & Marilyn, il nuovo film di Leonardo Pieraccioni, distribuito da Medusa, che uscirà nelle sale il 18 Dicembre. Il suo lavoro più maturo? Gli è stato chiesto durante la conferenza stampa dopo la proiezione. “Forse, ma la volontà è sempre quella di fare un film comico, poi, se la parte narrativa prende il sopravvento, il film acquista una valenza più ampia. È anche vero che ora, a 45 anni, sarebbe patetico vedermi come un ragazzo che si fa travolgere da un amore folle, come facevo all’inizio, ora non me la sentirei più”.

Ma andiamo con ordine. Gualtiero Marchesi (come il cuoco, ma non è il cuoco) vive a Firenze, dove ripara piscine, è separato dalla moglie Ramona, della quale però è ancora innamorato e che vive con il nuovo compagno, Pasquale, domatore napoletano sensuale e focoso, proprietario del circo Posillipo. La sua vita si divide tra il lavoro, la figlia adolescente e i suoi amici, Petronio e Massimo, una coppia gay, che conduce la propria esistenza all’insegna della passione e della gelosia, gestendo una pasticceria dal nome abbastanza suggestivo La boutique del cannolo.

Una sera, durante una seduta spiritica con i due amici, decide di chiamare la donna più bella del mondo: Marilyn Monroe. E Marilyn arriva sul serio. Gualtiero la trova nella sua cucina, il problema è che la può vedere solo lui. Ovviamente egli crede di soffrire di allucinazioni e si rivolge ad uno psichiatra, che lo rassicura prescrivendogli degli farmaci, che però non fanno effetto. Finalmente, durante una terapia di gruppo, Gualtiero incontra Arnolfo, che gli svela che la sua non è una patologia e che le presenze di fantasmi sono assai diffuse, anzi può ritenersi fortunato, perché lui ha avuto in casa per 24 giorni Adolf Hitler, che voleva a tutti i costi bombardare la palazzina accanto alla sua!

A questo punto Gualtiero capisce che la presenza di Marilyn è “normale”, tra i due si instaura così un rapporto di complicità, la donna infatti cerca di aiutarlo a riconquistare Ramona.

Un lavoro più maturo, dicevamo, sicuramente più riflessivo, che affronta temi importanti come le famiglie allargate e i problemi che ne conseguono, dove le battute sono inserite con naturalezza all’interno della narrazione, scaturendo maggiormente dalla psicologia dei personaggi. Personaggi costruiti ad hoc e interpretati molto bene dal cast, dove ritroviamo gli amici di sempre di Pieraccioni: Massimo Ceccherini, questa volta in coppia con Luca Laurenti una rivelazione, Rocco Papaleo, Barbara Tabita, ma anche dei nuovi collaboratori che si sono inseriti benissimo, prima tra tutti Marilyn, vale a dire Suzie Kennedy, londinese, sosia della diva a tutti gli effetti (è andata persino a conoscere la sua parrucchiera), Francesco Pannofino (già visto in Boris e definito da Pieraccioni esilarante) e Biagio Izzo, l’antagonista forte e con un dialetto importante.

Un film nel quale il regista toscano ha svelato il suo amore per la diva per eccellenza e la nostalgia degli affetti perduti, perché “è bello poter pensare che in ogni piazza puoi trovare i tuoi cari che non ci sono più e pensare di poter parlare ancora con loro”.

Io & Marilyn, per stessa ammissione di Pieraccioni, è l’unico film che potrebbe avere un sequel, intanto però godiamoci questo.

Valentino: L'ultimo imperatore

Valentino: L'ultimo imperatore racconta gli ultimi due anni della lunga e luminosa carriera di uno degli uomini più famosi d’Italia: Valentino Garavani.

Il film-documentario, diretto e prodotto da Matt Tyrnauer, corrispondente speciale per Vanity Fair USA, che ha seguito lo stilista con le telecamere per due anni, dal giugno 2005 al luglio 2007, documenta la storia della sua straordinaria carriera e permette di accedere, per la prima volta, al vero Valentino e al suo entourage.

Il film mostra il magnifico splendore dello stile di vita e del mondo di Valentino, un mondo fatto di ville, yacht, arte, castelli, viaggi in jet privato accompagnato dai suoi fedeli carlini, ai quali vengono anche lavati i denti e profumato l’alito. Tuttavia quest’opera non si limita solo a mostrare la parte superficiale, quella glamour, fa molto di più, perché fa emergere una solida unione d’amore e d’amicizia lunga 45 anni, tra lo stilista e Giancarlo Giammetti, storico socio e compagno di vita, considerato uno dei businessmen più brillanti della sua generazione. È la saga di una famiglia, anche se non convenzionale, e una meditazione sul processo creativo.

Mentre la telecamera segue i lavori necessari per portare un’intera collezione alle sfilate di Parigi e ci mostra la scelta dei tessuti, le prove d’abito, lo stretto rapporto con le sarte, che cuciono tutto a mano, ci vengono raccontati gli esordi del Maestro, e di come lui e Giammetti abbiano cambiato il mondo della moda, ridefinendo anche l’idea di famiglia, costruendo una elaborata corte di amici e impiegati leali e appassionati, che si muove in continuazione in giro per il mondo tra Roma (dove Valentino ha fondato il suo atelier agli esordi), Parigi, Gstaad e Londra.

Come si diceva viene mostrato il vero Valentino, la sua sincera emotività e la sua immensa creatività, che spesso però mette in difficoltà l’operato del suo compagno. Non mancano infatti i momenti di lite tra i due, che discutono animatamente in tre lingue (italiano, inglese e francese), per poi far emergere contemporaneamente la loro profonda unione.

Una carriera straordinaria accompagnata da amicizie importanti, quali per esempio Jacqueline Kennedy, Marella Agnelli e tantissime dive di Hollywood, che consacrano Valentino come il re dell’alta moda. Durante tutto il documentario però aleggia l’incertezza per il futuro della Casa, Valentino continuerà dopo 45 anni di carriera? Questo mondo non sembra più fatto per lui. Nonostante questi dubbi Giammetti decide di realizzare il più grande evento di moda per rimarcare tutti i successi di Valentino: una festa-evento di tre giorni a Roma per celebrare il loro 45esimo anniversario nella moda. Un evento senza paragoni, costato, si rumoreggia, più di 20 milioni di dollari, che ha visto come location l’Ara Pacis, Villa Borghese e il Tempio di Venere con vista sul Colosseo.

Il documentario si chiude con questa magnifica celebrazione, però all’inizio del settembre 2007, due mesi dopo, Valentino annuncia il suo ritiro.

Per realizzare Valentino: L'ultimo imperatore la troupe ha girato oltre 250 ore di metraggio e il regista si è subito reso conto di avere tra le mani più che un film sull’alta moda, poiché il risultato è avvincente, divertente e affascinante. Mostra davvero come Valentino sia The last emperor.

Amore 14

Federico Moccia e i suoi adolescenti sono tornati. Questa volta però hanno 14 anni e vanno ancora alle scuole medie. Carolina, detta Caro, in un lungo flashback ci racconta gli accadimenti dell’ultimo anno, durante il quale, insieme alle sue amiche del cuore, Alis e Clod, scopre i primi piaceri del sesso, va alle feste della ragazza più popolare della scuola, fa shopping, ma soprattutto incontra e si innamora di Massi. Tuttavia, dopo l’idillio di quell’unico giorno, non lo rivede per mesi a causa di un cellulare rubato. Ovviamente la vita va avanti e Caro esce con altri ragazzi e si diverte. Finalmente una sera in discoteca, sulle note della loro canzone, ritrova Massi. Inizia così una storia da favola, che sembra destinata a non finire più, se non che …

Amore 14, ultima fatica di Moccia, nelle sale dal 30 Ottobre, tratto dall’omonimo romanzo, ha ritmi da videoclip, caratterizzato da un montaggio veloce, primi piani e sfocature, inserti di animazione che ci fanno vedere il diario di Caro e che riassumono la classifica dei suoi ragazzi. Tutto scorre veloce su internet e sul telefonino come nella vita, nulla sembra toccare sul serio questa generazione che si sta per affacciare all’adolescenza.

Moccia ha dichiarato che per i protagonisti ha voluto volti nuovi, volti nei quali i ragazzi si potessero identificare. Per la parte di Carolina, per esempio, cercava una ragazza semplice non troppo particolare e Veronica Olivier rientra pienamente in questi canoni, tuttavia quante quattordicenni si potranno ritrovare nella bella Caro alta, bionda e magrissima? E quanti ragazzi si identificheranno con il bel tenebroso Massi, interpretato da Giuseppe Maggio? Che tra l’altro sembra il fratello minore di Scamarcio, ma non si cercavano volti nuovi? Senza dimenticare il fatto che, essendo attori alle prime armi, hanno una recitazione immatura e spesso cantilenante. Il regista dice che ha cercato sempre la naturalezza degli attori, ma con questo tipo di recitazione la naturalezza si perde quasi del tutto.

Moccia è tornato per la gioia delle ragazzine che piangono e si commuovono per le sue storie d’amore. Il film è un insieme di luoghi comuni sia nei personaggi che nei dialoghi. Moccia afferma che i suoi ragazzi non sono stereotipi, ma parti della vita reale. Ma per fortuna molti ragazzini hanno degli interessi un po’ più alti di feste e sesso. Soffrono sul serio per amore o per il tradimento di un amico e non dimenticano tutto grazie ad un nuovo telefonino ultimo modello o a un nuovo paio di scarpe. Tutto il film è sviluppato in maniera superficiale e frivola, non arriva a mostrare la profondità d’animo dei ragazzi, né tantomeno in quella degli adulti, che sembrano totalmente ciechi davanti ai guai combinati dai figli, anzi restano sullo sfondo, quasi a fare da tappezzeria.

Amore 14 è un film di ragazzini per ragazzini che amano i libri di Moccia e si riconoscono nei suoi personaggi scanzonati e senza troppi pensieri.

Cina 208 d.C., durante la dinastia Han il Regno è diviso in molti stati in guerra tra loro. Il Primo Ministro Cao Cao convince l’Imperatore, manovrandolo a suo piacimento, a muovere guerra contro il Regno del Sud Hu, governato dal benvoluto Lui Bei. Quest’ultimo, comprendendo che la sue poche armate non potranno mai sconfiggere l’esercito di Cao Cao, manda il suo consigliere Zhuge Liang nel Regno di Wu per cercare di persuadere il re Sun Quan ad allearsi con loro. Per riuscire nell’impresa Zhuge Liang deve convincere il Viceré Zhou You. I due trovano subito un’intesa perfetta.

Intanto Cao Cao, con un esercito di ottocentomila uomini, si accampa nella Foresta di Crow, sulla sponda opposta di Red Cliff (le Scogliere Rosse) sul fiume Yangtze, dove le forze alleate hanno stabilito la loro base.

Tra scontri armati, astuzie di ogni tipo escogitate dal saggio Zhuge Liang, che arriva ad inscenare un finto attacco con alcune barche coperte di paglia per rubare letteralmente centomila frecce nemiche, si giunge alla battaglia finale, la Battaglia di Red Cliff, dove duemila navi vengono incendiate, Cao Cao è sconfitto, ma non ucciso, e la storia della Cina viene cambiata per sempre.

La battaglia dei tre Regni segna il ritorno produttivo di John Woo in Cina da quando aveva abbandonato la natia Hong Kong alla fine degli anni Novanta per andare a Hollywood, dove ha diretto numerosi action-movie da Face/Off (1997) a Paycheck (2003).

Il film è basato sul libro Il romanzo dei tre regni, scritto più di 700 anni fa da Luo Guanzhong e molto diffuso e amato non solo in Cina, ma in tutto l’Oriente, tanto che è stato lo spunto per una dozzina di videogame e per numerosi manga. Per tale motivo la realizzazione non è stata semplice, poiché il film doveva raggiungere l’interesse di un pubblico internazionale e non esclusivamente asiatico, ma non scontentare quest’ultimo. Da qui la decisione di realizzare una versione ridotta per il mercato internazionale della durata di 148 minuti e una versione in due parti per il mercato asiatico della durata totale di quattro ore.

Il romanzo ha suscitato fin dagli anni Ottanta l’interesse del regista, quando però né la tecnologia né il mercato avrebbero potuto supportare un film di tale portata. L’opportunità si è presentata solo nel 2004 grazie al lavoro del produttore Terence Chang, che affianca Woo fin dai tempi di Once a thief (1991), che è riuscito a trovare i finanziamenti.

John Woo, per ricreare i luoghi e le atmosfere dell’antica Cina, ha costruito un monte artificiale, ha passato mesi a studiare i costumi d'epoca, le tradizioni e i riti, formidabile quello del thé, che sarà fondamentale per l’ultima battaglia. Ha voluto contornarsi di un cast sterminato composto da centinaia di comparse e tra le più dotate star del cinema cinese come Tony Leung (Zhou You) e Takeshi Kaneshiro (Zhuge Liang).

Il risultato è un kolossal complesso, meticoloso e raffinato, costato 80 milioni di dollari (il film più caro mai prodotto in lingua cinese), ricco di effetti speciali e scene di battaglia, che però, soprattutto nella seconda parte, risultano un po’ noiose per la durata e per la prolissità di alcune sequenze. Le scene più interessanti sono, senza dubbio, quelle in cui gli alleati, guidati dall’accorto Zhuge Liang, escogitano astuzie per indebolire Cao Cao, così prepotentemente in vantaggio rispetto ai regni del Sud. Tuttavia il rallentamento della seconda parte del film crea la giusta aspettativa nello spettatore per la spettacolare battaglia finale, che sconvolgerà le sorti della Cina e degli uomini che vi hanno preso parte.

Al Centre National de la Cinématographie giaceva da cinquant’anni una sceneggiatura sotto l’anonimo nome di Film Tati n° 4, un sceneggiatura mai prodotta

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