Roma 2009

Roma 2009

La grande carriera di Meryl Streep

Meryl Streep (vero nome Mary Louise Streep) è l’attrice che ha ricevuto più nomination agli Oscar: con l’ultima nomination, come attrice protagonista per il film ‘Il dubbio’, le candidature sono ben quindici. L’attrice, nata a Summit il 22 giugno 1949, ha vinto la preziosa statuetta soltanto due volte: nel 1979 come attrice non protagonista nel film ‘Kramer contro Kramer’, e nel 1982, come protagonista de ‘La scelta di Sophie’.

La carriera di Meryl Streep comincia nel 1977, quando appare per pochi minuti nel film Giulia. Ma dopo questa piccola interpretazione, comincia ad incassare premi e ad essere contattata da registi più importanti. Nel 1978 vince il suo primo Emmy Award per la miniserie ‘Olocausto’ (Holocaust) e un anno dopo parteciperà al film di Woody Allen, ‘Manhattan’. Nel 1981 è sul set insieme a Jeremy Irons nel drammatico ‘La donna del tenente francese’ con il quale ottiene il BAFTA, mentre nel 1985 girerà il capolavoro di Sidney Pollack, ‘La mia Africa’, con Robert Redford. Continua a fare incetta di prestigiosi riconoscimenti anche all’estero: il ruolo di Lindy interpretato in ‘Un grido nella notte’ le procura il ‘Prix d'interprétation féminine’ al Festival di Cannes.

Ma Meryl Streep non è amata dal grande pubblico solo per i ruoli drammatici che spesso interpreta. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta , interpreta un'attrice di B-movie in ‘Cartoline dall'inferno’ e partecipa ai film ‘She-Devil - Lei, il diavolo’ e ‘La morte ti fa bella’, con Goldie Hawn e Bruce Willis, per il quale viene nominata al Golden Globe e al Saturn Award come miglior attrice protagonista. Dal 1984 al 1990 l'attrice si aggiudica sei People's Choice Awards e nello stesso anno viene decretata World Favorite, l’attrice preferita del mondo.

Nel 1995, grazie a ‘I ponti di Madison County’ ottiene una nomination agli Academy Awards dopo alcuni anni di assenza, ma non riesce a vincere la sua terza statuetta.

L'anno seguente le viene soffiata dalla popstar Madonna la parte da protagonista di Eva Peron, nel musical ‘Evita’ di Alan Parker, a causa della sua età troppo avanzata rispetto al personaggio ma interpreterà importanti pellicole come ‘Prima e dopo’ e ‘La stanza di Marvin’ con Robert De Niro, Leonardo Di Caprio e Diane Keaton. Nel 1999 restituisce il ‘favore’ a Madonna e si aggiudica il ruolo di Roberta Guaspari nello struggente film di Wes Craven, ‘La musica del cuore’, per il quale ha veramente imparato a suonare il violino.

In ‘The Hours’, nel 2002, interpreterà una donna lesbica alle prese con un poeta malato terminale e nello stesso anno si aggiudicherà un Golden Globe e una candidatura all'Oscar per ‘Il ladro di orchidee’. Tra il 2004 e il 2006 reciterà in ‘The Manchurian Candidate’, nella commedia ‘Prime’ con Uma Thurman e nel film di Robert Altman ‘Radio America’, ma ritornerà al successo con ruolo di Miranda Priestly, perfida direttrice di una rivista di moda, in ‘Il diavolo veste Prada’, grazie al quale vince il Golden Globe come miglior attrice in una commedia ed ottiene l'ennesima nomination all'Oscar.

Nel 2008 veste i panni di Donna nella versione cinematografica del musical ‘Mamma Mia!’ ispirato agli ABBA e recita ne ‘Il dubbio’, ottenendo la sua quindicesima candidatura all'Oscar.

Heath Ledger e The Masses

L’ attore australiano ci ha lasciati il 22 Gennaio 2008 a New York, nel suo appartamento di SoHo, nello stesso periodo stava girando con Terry Gilliam il film Fantasy Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, che purtroppo sarà ricordato come il suo ultimo film interpretato.  La commozione è tanta nel vedere la pellicola, ad ogni primo piano di Heath Ledger, sembra che l’ attore stia per sfuggirci, sembra quasi che stia scappando via, durante la visione del film non sappiamo quale sia l’ ultima scena nella quale comparirà e si vive la pellicola proprio con la paura di capirlo, di intuirla questa scena. Quando succede è come sentirsi un astronomo che sta guardando  una stella brillare per l’ ultima volta in cielo, prima di vederla esplodere e svanire nell’ universo. La commozione è tanta nel pensare che il giovane attore ci ha lasciati così prematuramente, poteva dare tanto ancora al mondo del cinema, ma soprattutto a se stesso. Era un ragazzo e come tutti i ragazzi aveva sogni nel cassetto da realizzare, si stava impegnando per diventare un regista e magari il suo prossimo film sarebbe stato da director. Heathcliff Andrew Ledger,  questo era il suo nome per intero, stava lavorando per questo con il suo gruppo di amici artisti “The Masses”, con i quali aveva già realizzato diversi videoclip da regista: Cause an Effect (2006) - Video musicale della canzone di N'fa; Seduction is Evil (She's Hot) (2006) - Video musicale ancora per una canzone di N'fa; Morning Yearning (2006) - Video musicale della canzone di Ben Harper; Black Eyed Dog (2007) - Video musicale della canzone di Nick Drake; King Rat (2009) - Video musicale della canzone dei Modest Mouse.

In una delle sue sperimentazioni cinematografiche Heath Ledger si filma mentre si toglie la vita nella vasca da bagno, interpretando la morte del cantante birmano Nick Drake.  Ledger sognava un cinema per "ingannare" e incantare, il mondo e se stesso, ed aveva una spensierata vocazione alla morte, che mise in scena due, tre volte.
In In un’intervista allo scorso festival cinematografico di Venezia, Ledger aveva affermato d’essere “ossessionato dalla storia e dalla musica di Drake”. Heath, aveva anche girato un video con la canzone “Black eyed dog” di Drake, nella clip l’attore moriva suicida in una vasca da bagno. Bene, la canzone sembra che sia stata l’ultima composta da Drake prima della sua morte, infatti il 25 novembre 1974 Nick viene trovato morto disteso nel letto. E' un'overdose di Tryptizol, un antidepressivo. Si pensa ad un suicidio, anche se non esiste una prova effettiva che lo sia stato veramente. Sembra quasi che le vite dei due artisti siano collegate, pensate che Nick Drake profetizzava che la sua morte gli avrebbe dato successo, come poi è stato, ed invece Heath filmava il finto suicidio del cantante, in quella che forse è stata la prova generale della sua uscita di scena.

Ci sono delle effettive similitudini tra le due morti, ma non possiamo sapere fino a che punto questo sia vero, quello che è certo è che Heath era un animo tormentato, ma è anche vero che aveva tanta voglia di scoprire la vita e di mettersi alla prova. Ci rimangono i suoi film, le sue interpretazioni memorabili, il suo sguardo tenero e compiacente, il suo viso semplice eppure carico di emotività. Mentre guardiamo i suoi film ed ognuno di noi applaude la sua arte, Heath Ledger si impiglia nei nostri sensi e continua a vivere dentro essi, con quel sorriso solo accennato ed il suo sguardo imperscrutabile.

« Era straordinario, non penso che il mondo abbia nemmeno cominciato a comprendere la reale portata del suo incredibile talento. Penso che nessuno della sua generazione possa nemmeno avvicinarsi alle sue capacità, era semplicemente il più straordinario attore sulla faccia del pianeta. » Terry Giliam.

Dai libri al grande schermo

Letteratura, musica, cinema: ovvero, quando un solo linguaggio non basta. L’esordio alla regia di Paulo Coelho con il suo The Experimental Witch, torna a riaffermare una tendenza all’eclettismo di certi artisti che nascono scrittori e presto o tardi provano ad avventurarsi in questo immenso parco giochi che è il mondo del cinema, per un’esigenza di sperimentazione e di comunicazione forse, prima ancora che per talento.

Se è vero, infatti, che la storia del cinema ha sempre trovato legami indissolubili con la letteratura, da un lato traendo ispirazione dai plot e dall’altro prendendo in prestito per la regia i nomi di grandi scrittori (basterebbe ricordare, per un cinema d’altri tempi, di immaginazione e di magia, Pier Paolo Pasolini), è più interessante riconoscere e capire il fenomeno di una moltitudine di scrittori che sentono il bisogno di vedere le proprie parole trasformate in immagini e di accompagnarle, talvolta persino in prima persona, dentro la pellicola di un film.

Lo avevamo già visto l’anno scorso, con la presentazione della Lezione Ventuno firmata da Alessandro Baricco per Fandango. Non si trattava certamente di un autore estraneo al cinema (dal suo Novecento è stata tratta La leggenda del pianista sull’Oceano di Giuseppe Tornatore e dal suo Seta è stato tratto l’omonimo film da François Girard), ma del suo primo impegno alla sedia da regista, con la precisa intenzione di consegnare quella storia, dal potere così immaginifico, ad un pubblico europeo: non casuale, dunque, la sua scelta di rinunciare persino alla purezza dell’italiano, scegliendo di girare in inglese e di affidarsi ad un cast interamente straniero, a cominciare dal protagonista Noah Taylor. C’era in questo il tentativo di spingersi all’estrema professionalizzazione di un’altra arte, che non era la sua.

Lontano da un simile livello di ricerca artistica, persino Federico Moccia si è sforzato di dirigere la trasposizione cinematografica dei suoi libri.  Ma, anche laddove non osano tanto, sempre più di frequente gli scrittori non rinunciano a seguire da vicino i registi che – ormai pare una pratica inevitabile- si ispirano ai loro libri: è il caso, di recente, di J.K.Rowling, piuttosto che di Dan Brown o, in Italia, di Roberto Saviano.

Il fenomeno non sarà certo, vogliamo sperarlo, un inseguimento delle mere logiche di mercato. Non sarà nemmeno esclusivamente l’inseguimento della visibilità e delle sue regole ineludibili, che condannano ormai troppo spesso la parola scritta a stare all’ombra del potere supremo dell’immagini. Nella maggior parte di questi casi, parliamo infatti di autori di straordinario successo, che non avrebbero alcun bisogno di promuoversi attraverso il cinema. E’ probabile allora, oltre che auspicabile, che al fondo di questo “straripare” oltre i confini del proprio linguaggio, ci sia esclusivamente una spinta autentica alla ricerca artistica.

La contaminazione, insomma, ha i suoi pregi se è originale. C’è da aspettarsi che il lavoro di Coelho, proprio perché del tutto innovativo e scarsamente autoreferenziale, lo sarà davvero.

L'ultima performance del joker Ledger

Il suo era un carisma intriso di genio e di mistero, di istrionismo e di silenzio.
Era imperscrutabile il silenzio di Heath Ledger, oltre l’acciaio dei suoi occhi. Era la ritrosia che lo avvolgeva, era la distanza frapposta fra sé e il mondo, uno spazio insidioso, scivoloso e vuoto, intollerabile innanzitutto a lui che per tollerarlo lo riempiva di antidepressivi, ansiolitici, sonniferi. Così aveva fatto anche quel giorno, pochi minuti prima che in quel loft di Soho ritrovassero, riverso a terra, il suo corpo nudo, ma non per questo svelato, confessato. Un corpo possente, solidissimo, eppure così intimamente fragile. Era stato, quel corpo, il campo di una battaglia logorante, senza mai né vinti né vincitori, contro i fantasmi delle notti insonni, contro i mostri che popolavano il buio che d’un tratto gli sopraggiungeva nell’animo, assalendolo. Il rigurgito tossico delle medicine non ne era che un segno.

Il 22 gennaio del 2008 il cinema ha perso un talento che ancora rimpiange. E’ la ragione per cui quest’anno il Festival di Roma ha deciso di dedicare un omaggio a Heath Ledger e di farlo in modo originale, raccontando al pubblico qualcosa di lui che il pubblico ancora non conosceva. Come se, dopo oltre un anno dalla sua morte, l’attore australiano avesse ancora una performance da portare a termine. Heath aveva infatti un segreto, condiviso con pochissimi amici fidati e votati protettivamente alla consegna del silenzio: sognava la regia, studiava da director, e per questo era diventato il mecenate dei The Masses, un gruppo di brillanti artisti e creativi riuniti a Los Angeles che ora, col benestere della famiglia Ledger, hanno aperto il suo archivio di materiali inediti. A Roma saranno due membri del collettivo, il regista Mat Amato e la produttrice Sara Cline, a commentarli in sala, presentando per la prima volta in un festival cinematografico il regista Heath Ledger.

Forse ritroveremo anche lì il carico della sua insoddisfazione, talmente cronica e spietata da divenire patologica e, infine, letale. Il trionfo inatteso de I segreti di Brokeback Mountain e poi la consacrazione definitiva con l’Oscar per Il cavaliere oscuro, non avevano fatto la sua gioia né la sua realizzazione: erano stati, semmai, la sua condanna. E non per l’insofferenza al successo, nè per la sua endemica incapacità di rendersi un personaggio “popolare”. Era scavarsi dentro che lo tormentava, incalzato dal panico per un irragionevole senso di inferiorità nei confronti di sé stesso: dall’interpretazione piena, creativa, intuitiva, di un Joker come mai se ne erano visti in un repertorio di precedenti non certo insignificanti, l’aveva colto la smania di sperimentarsi oltre, insieme alla paura di non essere più all’altezza.

Con Terry Gilliam – che lo ha ricordato come “semplicemente il più straordinario attore sulla faccia del pianeta” – Heath stava girando Parnassus. L’uomo che voleva ingannare il diavolo.

Chissà se lui, dopo quella notte, c’è riuscito.

She-Meryl

Poche risultano essere attrici nel modo in cui lo è Meryl Streep. La versatilità che l'ha contraddistinta (e che continua a caratterizzarla) nell'evolversi della sua carriera, unita ad una personalità e ad uno stile del tutto particolari, la rendono una delle interpreti più singolari e fascinose di Hollywood, il tutto testimoniato, oltre che dal successo al botteghino e presso la critica dei suoi film, anche dal record di nominations ottenute negli anni: 15 per l'Oscar e 23 per il Golden Globe.Le indubbie qualità di questa attrice sono ben evidenziate dal dipanarsi dei suoi personaggi all'interno dei film che hanno segnato la sua carriera.Dopo gli studi di arte drammatica ed esperienze di successo sul palcoscenico teatrale e in televisione, Meryl esordisce sul grande schermo alla fine degli anni '70, più precisamente nel 1978, quando ottiene il primo importante ruolo drammatico nel secondo film di Michael Cimino, Il Cacciatore. Nella pluripremiata pellicola, Meryl interpreta Linda, la sensibile e giovane fidanzata della provincia americana che riceve la proposta di matrimonio dall' amico di infanzia il giorno prima della partenza di questi per il Vietnam, una promessa che, lei sa, si potrà compiere solo nel momento del ritorno a casa. Un ruolo che si accorda in pieno con la fisicità e l'età della giovane attrice, bionda, volto spigoloso dai lineamenti duri e insieme anche giovani e dolci, e che la rende già, in qualche modo un' icona, la rappresentazione, il prototipo delle giovani donne toccate dalla guerra, anche se indirettamente. Tutto, nel suo personaggio, appare naturale, ogni gesto, ogni vestito indossato, ogni modo di esprimersi, ogni battuta. Linda ci viene presentata così,  una damigella di nozze che sogna lei stessa un matrimonio, come ogni ragazza della sua età, attaccata al proprio paese d'origine, che vuole vivere la propria vita nel luogo dove è nata, orgogliosa, anche quando le si presentano difficoltà. Linda è la giovane donna americana, che lavora al supermarket e che confeziona vestiti per il fidanzato in guerra nell'attesa che questi torni da lei per mantenere la promessa fattale; è un'adolescente che cresce con i propri sogni e che cambia, durante la narrazione, cresce, come crescono gli amici di infanzia che fanno esperienza della guerra. Durante l'evolversi della narrazione si comprende, sempre più chiaramente, che il personaggio di Linda è uno dei pilastri della pellicola, insieme a quello di Michael (Robert De Niro): si può dire che loro siano i veri sopravvissuti a tutto l'orrore del Vietnam, i paradigmi degli “alive”, “chi aspetta” e “chi torna”.
Già un ruolo di spessore, quindi per una giovanissima attrice al suo primo ruolo importante.

Replica, ancora l'anno successivo, fornendo due ottime prove, sia in Manhattan di W. Allen, in cui interpreta la vendicativa e crepuscolare Jill, sia, soprattutto, nel drammatico Kramer contro Kramer di R. Benton, con l'interpretazione, ancora differente dalle prime due esperienze, della moglie in attesa di divorzio, che le vale l'Oscar come miglior attrice non protagonista.Si nota subito il cambiamento, la notevole maturità del personaggio di Joanna rispetto alla Linda de Il Cacciatore: Meryl qui non è già più una ragazza di provincia che aspetta il suo amore ma una donna matura, che vive in una grande città e  che ha già conosciuto il matrimonio, una figura disincantata che conosce già alcuni aspetti negativi della vita e che ci s confronta.Joanna non è protagonista della pellicola di  Benton ma è il fulcro da cui prende il via tutta la narrazione, tutta la vicenda, è un personaggio comunque sempre presente, da cui non si può prescindere e che ben si affianca al Kramer/ Hoffman.
E' così, che alla seconda tappa significativa della carriera di Meryl Streep, a distanza di solo un anno, si può affiancare il secondo step della sua maturazione, per ciò che concerne la carriera, ma anche il districarsi del personaggio interpretato.

Sarà, però, il ruolo di Sophie ne La Scelta di Sophie di Pakula che, nel 1982 la consacrerà con l'Oscar come miglior attrice protagonista: nell'America del dopo guerra Meryl/ Sophie è la fragile sopravvissuta alla furia nazista, che ha ritrovato, grazie al proprio “salvatore” Kevin Kline, la salute, la voglia di vivere e l'amore.
Sophie è una donna che rivive spesso il proprio passato pre campo di concentramento e l'orrore di questo, rivedendolo quasi fosse a volte un sogno, a volte una terribile realtà ancora in corso.
E' un personaggio presentatoci in tutto il proprio carisma e in tutto il proprio fascino, senza che venga tralasciata, dall'interprete, alcuna importante sfaccettatura emozionale che possa inq ualche modo contraddistinguerlo.

Ed eccola cambiare di nuovo, nel 1985 con La mia Africa di S. Pollack e diventare Karen, la donna scrittrice degli anni '10, coraggiosa, esploratrice, messa a dura prova da un mondo poco conosciuto e così diverso da quello d'origine, da un matrimonio sbagliato, dalla malattia, ma ancora capace di amore, di avventura e soprattutto di passione: è questo un personaggio che non si arrende mai, che sa aspettare e che mostra tutto il proprio coraggio, una figura matura e spregiudicata, capace di andare contro ai dettami di un ruolo che la società le vorrebbe imporre.

Cambio di prospettiva si ha nel 1993 con La Casa degli Spiriti di B. August, in cui Meryl abbandona il personaggio femminile, per così dire, “terreno” e veste i panni di Clara, donna sì, in carne e ossa ma apparentemente così eterea, impalpabile e trasparente da sembrare appartenere a qualche mondo lontano e misterioso; una donna con un dono particolare, che non rimanda sicuramente più al paradigma della donna/ragazza americana lavoratrice, moglie e madre, ma alla fanciulla misteriosa dell'America latina, legata a tutto l'immaginario esotico ed esoterico che quella terra richiama.E' qui, che Meryl, dopo essere stata, attraverso i personaggi che hanno fatto la sua carriera, fanciulla di provincia, moglie, avventuriera, diviene donna magica, intermediaria tra la realtà, la famiglia e un mondo a tutti sconosciuto, di cui solo lei conosce i segreti e il codice di accesso.

Meryl ritorna alla realtà e alla figura della giovane moglie della provincia americana con I Ponti di Madison County, di C. Eastwood, 1995, in cui la protagonista Francesca, abituata alla vita come moglie e madre di famiglia, in un piccolo centro della comunità agraria americana, vive un incontro inaspettato, magico e importante con il fotografo Clint Eastwood, che la trascinerò di nuovo nell'onda di una passione che lei stessa credeva impossibile e ormai dimenticata con l'età.Per Francesca si realizza così un'avventura che molte donne vivono solo nel proprio immaginario, quasi fantastica, quasi impossibile, che sfida tutte le convenzioni sociali e, appunto per questo, destinata ad avere vita breve.
Francesca è la sposa di provincia matura, quella che sarebbe potuta diventare la Linda de Il Cacciatore, ma, mentre per la prima la guerra le ha portato l'amore, alla seconda l'ha, in qualche modo negato.

Dopo questa serie di ruoli legati al drammatico, Meryl, con la maturità sempre più confermata di un'attrice che ha espresso molto di sé stessa in questo ambito, comincia a cambiare direzione (come già anticipato ne La Morte ti Fa Bella, di R. Zemeckis, 1992) e veste i panni di Amanda in Il Diavolo veste Prada di D. Frenkel, del 2006.
Qui siamo davanti ad una Meryl completamente diversa da quella che abbiamo visto sino ad ora: il personaggio di Miranda, nonostante sia privo, a parer mio, della profondità e delle sfaccettature dei suoi antecedenti, è superbamente delineato, molto ben caratterizzato.

Per la terza volta dopo She Devil e La Morte ti Fa Bella, Meryl Streep torna a vestire i panni della “cattiva”, una sorta di Crudelia Demon dell'editoria, portatrice di uno stile e di una filosofia di vita ben precisi e che ben ci fanno scoprire il cinismo e la superficialità del mondo che viene descritto da film.

Quando guardiamo, in sintesi,  alla figura e alla carriera di Meryl Streep rimaniamo sicuramente, in prima battuta, ammaliati e un po' intimoriti da questo “gigante” del cinema hollywoodiano, ma, subito dopo, se conosciamo meglio questa splendida interprete, attraverso la l'evoluzione delle sue eroine, dei personaggi che ha fatto propri, possiamo attivare quasi a conoscerla meglio e intravedere il suo percorso di crescita e maturazione, che, forse non ci si mostra solo nel suo divenire un'attrice sempre diversa e sempre più consapevole, ma anche una donna sempre più matura e completa.

Muccino vs Tornatore

Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore: ecco la “strana coppia” del Festival di Roma. Insieme, infatti, parteciperanno ad uno degli incontri della kermesse, ossia il duello in programma venerdì 16 ottobre alle 18. Da qui l’impulso irrefrenabile ad azzardare una comparazione tra due registi che per formazione, stile ed approccio al mezzo cinematografico non potrebbero essere più diversi.

L’uno, Gabriele Muccino, nato nel 1967 a Roma, cresce artisticamente nell’ambito del Centro Sperimentale di Cinematografia, lavorando fin dall’inizio al fianco di registi affermati (è assistente alla regia di Pupi Avati e Marco Risi) ed arrivando a trentun’anni a dirigere il suo primo lungometraggio, Ecco fatto (1998), con un cast di tutto rispetto: nella pellicola recitano Barbora Bobulova, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti e Sergio Rubini.

L’altro, Giuseppe Tornatore, nato nel 1956 a Bagheria, nel palermitano, dopo il liceo classico si dedica completamente a quella che fin da bambino è stata la sua passione, il cinema, interessandosi inizialmente al genere documentaristico (è sceneggiatore e aiuto regista di Giuseppe Ferrara), fino al 1986, quando, all’età di trent’anni, esordisce alla regia del lungometraggio Il camorrista, tratto dal libro omonimo di Giuseppe Marrazzo (tra gli interpreti Ben Gazzara, Leo Gullotta, Nicola Di Pinto e Franco Interlenghi).

Se l’iniziazione cinematografica dei due registi scorre su binari distinti, poggiando su back-ground culturali agli antipodi, i loro percorsi sembrano però convergere, almeno nelle tempistiche, quando si tratta di raggiungere il successo internazionale. L’ascesa di Gabriele Muccino arriva con L'ultimo bacio (2000), un film che dà prepotentemente sfogo al disagio di una generazione, quella dei trentenni, che il regista romano (allora 33enne) non poteva non conoscere a fondo. Una pellicola che ha diviso la critica (una querelle che non ha impedito a Muccino di ottenere il David di Donatello come miglior regista), conquistando però i favori del pubblico: l’incasso sfonda il muro dei 15 milioni di euro e la risposta sui mercati esteri è eccellente (al Sundance Film Festival il film, che nel 2006 ha ispirato il remake americano The Last Kiss, vince il premio del pubblico).

E’ a 32 anni che Tornatore firma uno dei suoi massimi capolavori, ossia Nuovo cinema Paradiso (1988). Un toccante ed incondizionato omaggio al cinema, ma anche un film che è entrato nella storia (e nel cuore) di generazioni e generazioni, accaparrandosi i riconoscimenti più prestigiosi, tra cui l'Oscar per il miglior film straniero. Un successo immediato, dunque? Non esattamente. Forse non tutti lo ricordano, ma dopo una presentazione non ben accolta nelle sale, il film fu riproposto in una versione abbreviata, che gli aggiudicò la gloria.

Di fatto, comunque, pur provenendo dalla nicchia di un cinema spiccatamente d’autore, anche Tornatore, allo stesso modo di Muccino 12 anni dopo, si presenta al grande pubblico come una “rivelazione” capace di riportare lustro al cinema di casa nostra. Un esordio che punta palesemente l’attenzione sull’ambizione condivisa all’internazionalità: un anelito a scalfire l’immobilità del panorama cinematografico italiano che è probabilmente il principale punto in comune (forse l’unico) tra i due registi. Dopo Ricordati di me (2003), Gabriele Muccino in America ci si sposta fisicamente, sfornando due film che sono frutto di un affiatato sodalizio con l’attore Will Smith: La ricerca della felicità (2006), che racconta, non senza aggraziata delicatezza, la lotta quotidiana di un uomo e, soprattutto, di un padre, per trovare il suo angolo di Paradiso, e Sette anime (2008), film che, di nuovo, spezza in due la critica, sbancando però al botteghino. Tornatore, in un certo senso, dall’Italia e, soprattutto, dalla sua Sicilia, non si è mai staccato veramente: va avanti e indietro, ma con la sua Bagheria sempre nella mente. Se la Sicilia degli anni Cinquanta fa da sfondo a L’uomo delle stelle (1995), ogni riferimento alla terra natia scompare in La leggenda del pianista sull'oceano (1998), tratto da Novecento, monologo teatrale di Alessandro Baricco; ecco però che in Malena (2000), il regista torna sui suoi passi, ambientando la vicenda in un paese siciliano che esiste solo nella sua immaginazione, Castelcutò. E se La sconosciuta (2006) sembra annientare definitivamente le reminiscenze delle sue origini, costruendo una storia spietata e graffiante che da una tranquilla cittadina (immaginaria) del nord-est d’Italia rimanda all’Ucraina e al dramma di un’immigrazione segnata dall’orrore di un passato violento, ecco che l’ultima pellicola di Tornatore è imperniata invece sulla ricostruzione degli scenari della sua infanzia: l’amata Baaria (2009) da cui il regista ha intrapreso il suo viaggio, ed alla quale, finalmente, può ricongiungersi come Ulisse alla sua Itaca. Anche se, all’orizzonte, oltre l’oceano, c’è già una nuova meta: la corsa per l’Oscar, nel tentativo di bissare, dodici anni dopo, il trionfo di Nuovo cinema Paradiso.

Anni difficili

Nel 1948 la Briguglio film annunciava l’uscita di Anni difficili, con un trailer che recitava: “Ognuno vi riconoscerà un po’ di sé stesso”. A distanza di oltre sessant’anni non c’è ancora un modo più semplice e più incisivo per poter descrivere un’opera cinematografica straordinariamente attuale.

Della vastissima e intramontabile filmografia firmata da Luigi Zampa, che verrà ricordato quest’anno attraverso una retrospettiva del Festival di Roma, “Anni difficili” è forse il titolo meno celebre, ma non per questo il meno interessante. Per capire come mai sia stato per lungo tempo ignorato sbadatamente dal pubblico e colpevolmente dalla critica, basta ricorrere alla storia sfortunata di questo capolavoro, patrimonio prezioso della collezione neorealistica italiana. Nonostante la Coppa Enic per la miglior fattura tecnica che conquistò quell’anno a Venezia, il film fu infatti accolto con astio dal mondo culturale e politico, bistrattato e vilipeso in quanto considerato, per via delle stoccate sardoniche e feroci rivolte alle ottusità del regime fascista, diffamatorio dei valori nazionali.

Solo l’anno scorso, di nuovo in occasione della Mostra del Cinema di Venezia, Anni difficili ha conosciuto finalmente la riabilitazione pubblica, grazie alla presentazione di un mirabile restauro curato dal laboratorio “L’immagine Ritrovata” della Cineteca di Bologna: sono stati i tecnici Matteo Pavesi e Davide Pozzi a correggere uno ad uno, con l’ausilio delle tecniche digitali, i centotrentacinquemila fotogrammi che compongono la pellicola.

Ritornano così pieni, vivi, i volti di Massimo Girotti, Ave Ninchi, Umberto Spadaro, quei volti così  familiarmente italiani, così “nostri”, ma ritorna soprattutto “Anni difficili” ad occupare il posto che gli spetta nella teca della memoria del migliore cinema italiano, uscendo finalmente da quel vasto e troppo spesso ingiusto archivio dei “militi ignoti”, azzeccata definizione del critico Tatti Sanguineti.

Asciutto, concreto, commuovente come il racconto di Vitaliano Brancati – Il vecchio con gli stivali- da cui trae ispirazione, lo stile di Zampa e la sua satira amara conducono lo spettatore dentro un’analisi tanto precisa quanto impietosa dell’Italia di allora che è anche, ancora l’Italia di oggi.

Attraverso la storia del povero impiegatuccio comunale Aldo Piscitello (anche i nomi, nel cinema, diventano “segni”), costretto dai superiori e dalla moglie ad iscriversi al fascio, omologandosi ad una politica da cui avrebbe voluto invece tenersi lontano, Zampa  racconta i paradossi della dittatura e il grande dramma del secondo conflitto mondiale, non trascurando di seguire con attenzione i rivoli della vita quotidiana della gente di paese, elementi essenziali del suo neorealismo. E dai soprusi, così come dai detrattori, lui stesso splendidamente si difende con la lapidaria premessa di Brancati: “Ridere dei propri difetti è la migliore virtù dei popoli civili”.

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