Esordio del 33enne tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck, Le vite degli altri fu un’assoluta sorpresa nel 2007, quando si aggiudicò l’Oscar per miglior film straniero, oltre a numerosi premi europei; oggi, a distanza di qualche anno, è entrato a pieno titolo nel novero dei film intramontabili, da vedere e rivedere, per essere riuscito a raccontare magnificamente una tragedia del passato recente e allo stesso tempo una storia sull’uomo, sulla dignità, sui vizi dei buoni e le virtù dei cattivi.
Il film sfrutta una struttura da thriller, con tanto di colpi di scena e attimi di autentica suspance, per raccontare la storia di Weisler (Friedrich Ulrich Muhe che per l’eccezionale interpretazione vinse il premio come miglior attore protagonista al più importante festival cinematografico tedesco e agli European Film Award) esemplare capitano della Stasi, nella Berlino est del 1984 e dello scrittore Georg Dreyman (l’affascinante Sebastian Kock) star del regime in quanto “unico non dissidente letto all’ovest”, che vive von l’attrice Christa-Maria Sieland (la sensuale Martina Gedeck), artista in crisi che pur di lavorare intrattiene una relazione segreta di sesso e ricatti con il Ministro della Cultura. Quando Weisler decide di mettere sotto sorveglianza Dreyman e inizia a spiare la sua vita, questo contatto forzato tra due esistenze agli antipodi, che paradossalmente non si concretizza mai in un incontro, cambia per sempre il destino di entrambi. La vita triste e grigia di Weiser, senza amici, senza famiglia, totalmente dedita alla causa della DDR, si trova all’improvviso immersa nel calore della casa dello scrittore, dove c’è ancora posto per la vita dell’anima: per l’amore, per la poesia, per quell’ Appassionata di Beethoven di cui persino Lenin aveva detto “se l’ascoltassimo, non porteremmo a termine la rivoluzione” ! E proprio ascoltando questa bellissima ballata, il regista ebbe l’idea per il film; come racconta ad un giornalista del New Yok Times: “all’improvviso ho visto nella mia mente la scena di una persona seduta in una stanza deprimente con le cuffie alle orecchie, intenta a spiare chi ritiene essere il nemico dello stato e delle sue idee e tutto ciò che ascolta è una musica bellissima, che lo tocca”. Così poco a poco Weisler, attraverso la vita degli altri, riscopre la sua e quando Dreyman si unisce ai dissidenti lo segue manipolando le trascrizioni e rischiando tutto pur di salvare l’amico/nemico e con lui quella libertà individuale che ora si vergogna di aver voluto soffocare.
Il film mostra magnificamente la lucida quanto inutile follia della Germania est, il paradosso di un regime che chiama se stesso Repubblica Democratica, mentre esercita il suo potere attraverso un controllo poliziesco, capillare e depersonalizzante sulla vita dei cittadini. Le atmosfere orwelliane sono il frutto di una ricerca storica che ha impegnato il regista per 4 anni e che ha come risultato una scenografia praticamente perfetta, che sfrutta spesso i luoghi autentici, gli ex quartieri generali della Stasi, i locali degli interrogatori, gli archivi.
Tuttavia ciò che rimane impresso del film va oltre la storia, è qualcosa di più impalpabile, è il lirismo che lo attraversa, lo sguardo intenso e poetico che riesce a gettare sulla vita e sulla coscienza di due uomini; anche grazie alla splendida interpretazione di Friedrich Ulrich Mühe, scomparso nel luglio del 2007e la cui autobiografia rispecchia curiosamente la trama del film (Muhe scoprì in un fascicolo conservato negli archivi della Stasi di essere stato messo sotto controllo dalla seconda moglie, tanto che alla domanda su come si fosse preparato al ruolo, rispose: “ho ricordato”). Le vite degli altri si imprime nella memoria e nel cuore ed è sicuramente uno dei film meglio riusciti degli ultimi dieci anni.


