Giovedì, 08 Gennaio 2009 00:37

I quattrocento colpi

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“L’intera opera di un regista è contenuta nella prima bobina del suo primo film”
François Truffaut

Cinquant'anni e non sentirli. Insignito del Prix de la mise en scène al Festival di Cannes del 1959 (la Palme d'or andò all'Orfeu Negro di Marcel Camus), il primo lungometraggio di François Truffaut mantiene inalterati tutto il candore e lo charme originari, arricchendosi anzi del dolce senso di malinconia che culla sovente il rispolvero della grande stagione del cinema in bianco e nero. Come una madeleine sciolta in un the caldo ed assaporata in solitudine, questo chef-d'oeuvre rivoluzionario ci accompagna nell'universo puro e scanzonato del non ancora adolescente Antoine Doinel, di Truffaut e, come solo all'arte migliore riesce, di tutti noi.
Il piccolo protagonista, un sorprendente Jean-Pierre Léaud al suo esordio con l'autore che ne farà il proprio alter-ego, è un tredicenne irrequieto e sognatore, il quale "preferisce rinchiudersi nei cinema a rovinarsi gli occhi" piuttosto che partecipare a noiose lezioni scolastiche. La sua famiglia non si cura di lui, presa com'è ad occuparsi della propria individualità; Antoine ne soffre e prova in ogni modo, con l'inconsapevolezza di un esserino non ancora formato, ad attirare la loro attenzione.
Non sembra troppo sconvolto quando, mentre vagabonda per le vie di Parigi con l'amico del cuore René dopo aver marinato la scuola, sorprende la madre avvinghiata all'amante; ci rendiamo conto di come questa visione l'abbia effettivamente colpito nel momento in cui, dovendo la mattina seguente rispondere dell'assenza, comunica con naturalezza all'insegnante che la sua mamma... elle est morte. Ma una frottola così grande ha vita breve: una fuga, l'effimera tenerezza materna e l'amore per Balzac non salveranno questo minuto garçon terrible implorante affetto dal solitario epilogo.
Rinchiuso in una casa di correzione per piccoli delinquenti, riesce finalmente a fuggire in una corsa consapevole verso il Mare, dando vita ad uno tra i finali più aperti e commoventi dell'intera storia del cinema.
Nato nella mente di Truffaut come un altro cortometraggio sull'infanzia (dopo Les Mistons del 1957), cui sarebbero dovuti succederne degli altri, il primigenio La fugue d'Antoine diviene Les 4 Jeudis ed evolve, infine, nel lungometraggio Les quatre-cents coups: espressione idiomatica che si può rendere in italiano con "fare il diavolo a quattro" o "combinarne di tutti i colori". Trattandosi di un lavoro che va a rimestare nell'esperienza personale del regista, questi avrebbe voluto inizialmente ambientarlo durante gli anni della Parigi occupata dai nazisti, teatro della sua infanzia; considerazioni di carattere economico, nonché estetico, lo spinsero invece a collocare la storia nella Francia contemporanea. Estrema cura venne posta nel casting per la selezione del piccolo protagonista: l'annuncio fu pubblicato su un importante quotidiano dell'epoca, France-Soir. Tra circa un centinaio di aspiranti Antoine Doinel, venne scritturato Jean-Pierre Léaud; non per somiglianza fisica ma in virtù della forte determinazione mostrata dal giovane attore nel voler ricoprire il ruolo. La scelta, oltre che felice, è di importanza basilare: il ragazzo mostra subito una spiccatissima personalità che si discosta sotto vari aspetti dal personaggio iniziale; questo spingerà il regista a modificare in fieri la sceneggiatura, lasciando spesso Léaud libero di improvvisare i dialoghi (ad esempio nella celeberrima scena dell'"interrogatorio" con a psicologa).
Si può certo chiosare, come è già stato fatto abbondantemente, sul carattere autobiografico delle vicende de Les quatre-cents coups: sappiamo come il padre del regista si oppose violentemente alla proiezione e che la madre interpretò il film come “una coltellata alla schiena” (con Jules et Jim Truffaut tenterà di farle capire come egli in fondo la comprendesse). Tutti gli episodi de Les 400 coups sono rielaborazioni di situazioni effettivamente vissute in prima persona dal regista o da qualcuno lui vicino: ad esempio, la bugia circa la morte della madre corrisponde, nella realtà, a quella sulla deportazione del padre da parte dei nazisti! Ma l’opera, lungi dal limitarsi a narrare l’esperienza personale di François Truffaut, trascende continuamente il particolare per narrare l’universale. Il tema centrale è quello, assoluto, della libertà (reso visivamente tramite l‘opposizione spazio aperto-spazio chiuso: l‘angusto appartamento dei Doinel e le strade di Parigi, sino all’ampio respiro figurato della distesa oceanica finale). Libertà dall’autorità ed idiosincrasia nei confronti di qualsivoglia gerarchia; continua tensione in avanti, incoscienza, capacità di immaginare la realtà differente dalla veste con la quale essa si presenta, anche aiutandosi con qualche bugia o immergendosi nel silenzio di una sala buia che profuma di sogni.
La proiezione della pellicola al Festival di Cannes segna uno spartiacque fondamentale nel corso della storia della settima arte. Capostipite della cosiddetta Nouvelle Vague (la nuova onda) francese, l'opera prima di Truffaut riassume tutte le aspirazioni della nuova generazione di auteurs: giovani critici-cinefili, formatisi alla Cinémathèque Française (che proiettava i film “maledetti” di Rossellini, Renoir, Hitchcock, etc.) e sui Cahiers du cinéma, desiderosi di distruggere il coevo “cinéma de papa“, espressione moralizzante della crisi che colse la Francia durante gli anni turbolenti della guerra d‘Algeria. Il cinema non si risolve più nella trama, negli effetti speciali, nei “grandi attori” ma si fa estensione dell’individualità del regista, dell’Autore.
Destabilizzante, struggente senza mai cadere nel caramelloso, autentico, penetrante e sincero; Truffaut delineerà ancora quadri raffinati in alcuni suoi capolavori, primo tra tutti l’incantevole Jules et Jim, ma non potrà mai superare il profondo atto d’amore, di sensibile comprensione dell’animo umano testimoniato dal rarefatto noir et blanc de Les quatre-cents coups.

Letto 494 volte Ultima modifica il Lunedì, 02 Marzo 2009 00:36
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