Alfred Hitchcock firma la regia del film La finestra sul cortile nel 1954. Il film si svolge quasi tutto all’interno di un unico ambiente, ossia l’appartamento di Jeff interpretato da James Stewart. Da subito, grazie all’utilizzo della macchina da presa, capiamo di avere a che fare con un uomo che si è rotto una gamba e che fa il fotografo di professione.
Non solo possiamo essere testimoni del rapporto tra Jeff e Lisa, ma possiamo spiare anche le altre coppie e gli altri individui che portano in scena le loro debolezze e i loro vizi davanti alle finestre spalancate.
“L’intera opera di un regista è contenuta nella prima bobina del suo primo film”
Quando Medea uscì nelle sale, il 28 dicembre 1969, venne accolto, salvo alcune rare eccezioni, con scarsissimo entusiasmo sia dalla critica, sia dal pubblico. Anzi, sarà destinato a rimanere per molto tempo, rispetto agli altri film di Pier Paolo Pasolini, uno di quelli a cui si è dedicata meno attenzione, snobbato e bollato paradossalmente con definizioni di segno opposto: c’è stato chi l’ha visto come un film d’èlite, decadente e volutamente incomprensibile ad un pubbico medio, e chi l’ha visto come un film commerciale, un evitabile cedimento di Pasolini ad esigenze economiche. L’unico aspetto su cui i critici di ogni decennio sono sempre stati d’accordo riguarda la bellezza plastica della messinscena, ma anche questo è stato usato, almeno all’inizio, come prova per dimostrare alternativamente l’autocompiacimento culturale del film, o il suo assoggettarsi alle regole dell’industria di massa.
Quello che fece Francis Ford Coppola nel 1979 fu senza pari: un film che non era solo “sul” Vietnam ma, come disse lui stesso, era il Vietnam, una storia che solo in apparenza sembra di guerra ma che in realtà è l’indagine perfetta dell’animo umano. Con questo film Coppola, se vogliamo, ha inaugurato un vero e proprio sottogenere: i film sul Vietnam. Ne sono seguiti moltissimi ma senza dubbio Apocalypse Now è quello che lascia maggiormente il segno nello spettatore. Liberamente ispirato da Cuore di tenebra di Joseph Conrad, il film ne calca il senso profondo: la ricerca della follia, l’introspezione umana, valori assoluti che sono presenti in ogni essere umano: Coppola cambia il momento storico, il luogo d’azione e lo adegua ai suoi fini di denuncia sociale. La struttura del film è, di base, la stessa del libro: la ricerca sempre più assillante di un personaggio che agli occhi degli indigeni sembra essere un dio.
Film ispirato al romanzo confessione di una giovane ragazza, Chistiane, esce nelle sale cinematografiche nel 1981. Christiane ha solo dodici anni quando si affaccia al mondo delle droghe, anfetamine e fumo e a tredici è già in cattura dell’eroina. Il film ha avuto un impatto maggiore sull’opinione pubblica, un impatto shock rispetto al libro, in quanto la crudezza delle scene lasciava poco spazio alla fantasia. Il libro è diventato in Germania un testo importante, preso in considerazione da medici, sociologi e insegnanti il film ha amplificato gli effetti di questa piaga.
La vera protagonista di questo film è la droga, filo conduttore e distruttivo del corpo e della mente umana che parla attraverso gli occhi e la vita della giovante Christiane (Natja Brunckhorst).
Altro aspetto evidente è il rapporto più o meno inesistente, a tratti superficiale, che si è instaurato in famiglia. Il padre e la madre di Christiane sono separati e il padre si è già costruito un’altra famiglia, mentre la madre è in procinto di formarsene una con il suo nuovo compagno Klaus, che per quanto gentile e premuroso nei confronti della ragazza non riesce a entrare nelle sue grazie. La sorella di Christiane decide di andare a stare dal padre e dopo questa sentenza Christiane si ritrova letteralmente sola. Siamo nella periferia di Berlino, nel quartiere dormitorio di Grupiusstadt dominato da uno squallido raggruppamento di palazzi freddi e grigi, in cui pare che la gente si aggiri e viva in modo completamente distaccato dal resto del mondo.
In questa malsana condizione nasce e ruota un triste luna park per giovani tossicomani che infettano e si infettano nei bagni delle stazioni e delle discoteche, sulle strade della plumbea Berlino mentre attendono i clienti che li salveranno da una crisi prossima di astinenza infilando sempre più a fondo quella siringa incrostata di sangue.
Christiane si attacca alla vita di Kessi, amica che la trascina per la prima volta nella discoteca più grande d’Europa, il Sound e sarà in questo luogo che conoscerà Detlef e i suoi amici con cui passerà le notti in bravate adolescenziali con il macabro appunto dell’uso di anfetamine.
Detlef e Christiane s’innamorano come succede a quattordici anni, ossia con la complicità di pochi sguardi, poche parole e soprattutto in poche ore. Christiane sniffa eroina per la prima volta con gli amici del suo ragazzo al concerto di David Bowie, in assoluto il suo cantante preferito. Nel momento in cui la giovane scopre che Detlef si fa di eroina ne rimane turbata e in un primo momento dà al ragazzo anche una specie di ultimatum, suggerendogli di piantarla con “quella merda” o non l’avrebbe mai più rivista. In realtà Detlef non valuta affatto la proposta, al contrario, sarà Christiane che per non allontanarsi dal ragazzo che ama percorrerà la sua stessa strada.
Detlef confessa successivamente alla sua ragazza che è costretto a prostituirsi con clienti omosessuali per guadagnarsi i soldi per la dose giornaliera. Detlef cerca di non assecondare il desiderio della sua ragazza a provare a bucarsi, ma non è abbastanza forte da proteggerla, così come non è abbastanza forte da proteggersi. La prima volta che Christiane si fa è nei bagni della stazione, la paura della ragazza è scolpita nei tratti del suo volto, così come il desiderio di non indietreggiare. Il suo primo buco verrà fatto da uno dei tossici che spesso si aggira da quelle parti, avvertendola che questo buco è un errore irrimediabile.
I due ragazzi tentano più volte di disintossicarsi e in un primo momento paiono addirittura riuscire nell’impresa. C’è un’altra prima volta nella vita di Christine, che è il sesso e lo farà con Detfel quando tutti e due sono completamente puliti e lucidi.
Ma l’eroina ha un richiamo molto forte e persuasivo e i due ci ricascano quasi nell’immediatezza, tanto che anche Christiane questa volte si spinge sulla Kurfussenstrasse a prostituirsi.
Se la forza del gruppo e dell’amore l’ha tirata dentro a questa spirale di tentazioni e di perdizioni, sarà in ugual modo la stessa forza a salvarla. Molti dei loro amici muoiono di overdose e quando Christiane si spara l’ultimo buco in un bagno pubblico si pensa che sia l’ultimo passo verso il baratro, in realtà è l’inizio della sua rinascita. Lo stesso non vale per il suo ragazzo, che dopo la morte di Alex, suo migliore amico, si trova ancora una volta costretto a scegliere la meno difficile delle soluzioni, trasferendosi da un suo cliente continuando quello che prima faceva sui marciapiedi.
In tutto questo la madre di Christiane entra in scena molto tardi. La donna non riesce a cogliere i devastanti cambiamenti che modellano l’umore e l’animo della figlia, se non quando quest’ultima non si fa trovare nel bagno della loro casa completamente priva di sensi.
Eppure sarà quest’ultima, assieme al suo compagno a darle una nuova possibilità, trasferendo la ragazza lontano da Berlino, da alcuni parenti, nella cittadina di Amburgo. Christiane è una sopravvissuta, di questo si può vantare.
Se il film ha avuto il merito di raccontare questa storia con una linea documentaristica e veritiera, è altrettanto vero che il libro ha saputo sviscerare meglio la storia di Christiane, raccontando ogni personaggio che è girato attorno alla sua vita in quei due anni, cosa che nel film invece non è stato possibile e alcuni personaggi semplicemente spariscono.
Seconda collaborazione, dopo Mean Streets, tra Martin Scorsese e Robert De Niro, e il risultato, sta volta, è molto superiore. Taxi Driver, 1976, ottenne il plauso di critica e pubblico, un grande successo per una storia tutto sommato semplice ma di grande effetto, affermando Scorsese tra i migliori registi di allora e di adesso.
Ben Stiller si mette come prima volta dietro la macchina da presa nel 1994 e gli riesce di fare una delle commedie meglio riuscite degli anni 90. Il film è Reality Bites, che in Italia esce con il titolo Giovani carini e disoccupati. E’ la storia di quattro ragazzi che vantano un’età postuniversitaria, ma che faticano a far decollare i loro desideri e che s’inventano ogni giorno un modo per racimolare soldi per pagarsi l’affitto senza correre ai ripari da mamma e papà, e soprattutto un elogio all’amicizia all’amore e un percorso che ci fa specchiare in segreti scomodi tenuti in pancia per troppo tempo.
Paul Thomas Anderson arriva al quinto film e dirige il primo (speriamo non ultimo) capolavoro della sua carriera: Il Petroliere. Che fosse un regista particolare lo si era già capito dal contorto Ubriaco D’amore (2002) e dal complicato e bellissimo Magnolia del 1999. Con Il Petroliere lascia stare i tecnicismi delle precedenti sceneggiature e racconta una storia epica come non si vedevano da anni.
L’intreccio, come predetto, è molto semplice: un minatore texano (Daniel Day-Lewis, che con questo film vince, meritatamente, l’Oscar come miglior attore protagonista) scopre accidentalmente un giacimento di petrolio. Durante l’estrazione uno dei suoi minatori muore lasciando un figlio. Daniel Plainview, questo è il nome del protagonista, prende con sé l’orfano e comincia allora l’enorme scalata al successo e al predominio incontrastato dei giacimenti petroliferi da parte dello scaltro ex minatore.
Il predominio, oltre che un particolare rapporto di amore odio tra padre e figlio e la ricerca dell’espiazione, è il tema fondamentale del film, tema che, a mio parere, veniva evocato con maggiore intensità ed effetto dal titolo originale del monumentale film: There Will Be Blood. Per quanto la traduzione italiana sia effettivamente in linea con la trama del film (di un petroliere tratta d’altronde), questa purtroppo non evoca quel senso di epicità e grottesca grandezza che scaturisce un titolo così ridondante come There Will Be Blood. La cosa l'hanno capita anche gli addetti ai lavori, tanto che è stato commercializzato come Il Petroliere e poi ad inizio pellicola compare il titolo originale scritto in gotico (ancora più grottesco) e anche in chiusura, dopo che uno splendido finale (il migliore mai visto negli ultimi anni) lascia a bocca aperta lo spettatore che in quell'esatto momento capisce il significato esatto del titolo (originale) ed esce con un senso di maestosità dal cinema (o dal salotto, fate voi). Capisce che Daniel Plainview, pur di arrivare al suo scopo (la conquista dei giacimenti petroliferi) era pronto a tutto: che si tratti di spargere sangue suo, quello della sua famiglia, o quello di un prete esaltato (il bravissimo Paul Dano).
Notevole ed assolutamente anticommerciale l’inizio del film: venti minuti di proiezione privi di parole, dove i protagonisti assoluti sono i paesaggi rocciosi del west, la prima morte del film e, ovviamente, il petrolio.
Il regista stesso ha commentato il suo film definendolo un horror mascherato da western. Horror non perché ci siano scene splatter o spargimenti di sangue fini a se stessi, ma perché capirete dove può arrivare un uomo spinto all'inseguimento più sfrenato dei suoi valori, valori compromessi dalla società e dalla, chiamiamola così, misantropia. E cosa fa più paura di un uomo privo di remore?
Così quando Daniel Plainview dirà, nell'ultima scena, ho finito, e sullo schermo comparirà la scritta There Will Be Blood vi sentirete, in ordine: meravigliati, estasiati, sollevati e subito dopo coscienti di aver visto il più grande capolavoro cinematografico degli ultimi anni.
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