Rivisti per voi
Rivisti per voi

Rivisti per voi (12)

Lunedì, 16 Marzo 2009 23:36

Il dottor Stranamore

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Per folle ordine del generale Jack D. Ripper, i 34 B52 dell’aviazione americana, di base attorno ai confini sovietici, partono per bombardare l’URSS. Il governo americano si riunisce in gran fretta e cerca di impedire la guerra nucleare.
C’è un momento preciso in cui Il dottor Stranamore – sesto film di Stanley Kubrick – si fa capolavoro meritevole di finire contemporaneamente nelle cineteche come opera d’arte e nei libri di storia come impareggiabile documento di un’epoca: è quando il generale Turgidson incontra al Pentagono il presidente Muffley e lo informa dell’accaduto, dando il via ad un dialogo straordinariamente teso e tremendo tra due persone in piedi sull’orlo della Catastrofe che si affacciano a guardare il fondo; eppure, un dialogo attraversato da un umorismo carsico ancora più efficace perché – come le regole della satira insegnano – si contrappone alla più terribile delle sciagure per l’uomo del 1964: l’incubo atomico. Nella sua sontuosa cornice di commedia nera infiorettata con dialoghi d’alta scuola (come quello, impeccabile, sul distributore di Coca Cola), è un film lancinante e disperato che ha il coraggio di affondare il coltello nel più inaccettabile dei finali. Spietati fendenti all’America paranoica del maccartismo e dell’orgoglio militaresco e alla società moderna sempre più affascinata da assurde logiche di egoistica sopravvivenza: Kubrick le scruta col suo occhio cinico e pessimista guardandosi bene dall’improvvisarsi moralizzatore di alcunché. Il personaggio del dr. Strangelove, stratega e consigliere del presidente, transfugo in America dopo un nebuloso passato in Germania, è di quelli su cui si potrebbero scrivere libri interi: semplicemente un punto d’arrivo di un esponenziale climax farsesco o qualcosa di più, la predizione di un futuro in cui l’America (il mondo) ricadrà negli errori-orrori che essa stessa ha cancellato (la metamorfosi finale)? Il miglior film satirico di tutti i tempi; la prudenza con cui tuttora il cinema si misura con questo genere non può che deporre, per l’ennesima volta, a favore del Maestro.
Domenica, 01 Marzo 2009 02:00

La finestra sul cortile

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Alfred Hitchcock firma la regia del film La finestra sul cortile nel 1954. Il film si svolge quasi tutto all’interno di un unico ambiente, ossia l’appartamento di Jeff interpretato da James Stewart. Da subito, grazie all’utilizzo della macchina da presa, capiamo di avere a che fare con un uomo che si è rotto una gamba e che fa il fotografo di professione.

Per sfuggire alla noia delle lunghe settimane passate immobile sulla sedia a rotelle Jeff si concede come passatempo uno sguardo attento sul suo vicinato. La finestra del loft diviene quindi lo spioncino attraverso il quale riesce a leggere le vicende che animano quel piccolo mondo che lo circonda nascosto dietro ogni finestra. Ogni finestra è una storia, ogni finestra è la proiezione di un film ed ecco che James Steward diviene quindi uno spettatore, come noi. Tutti risultano essere più o meno vittime dell’amore, per sua mancanza o per sua insopportabile tenacia. Jeff non si sottrae a quella che pare essere una legge generale per gli abitanti del quartiere. Grace Kelly è Lisa, la donna innamorata di James Stewart al quale vorrebbe essere sposata il più presto possibile, cosa però che non affascina e non entusiasma Jeff titubate sulla riuscita di tale legame permanente, visto che lui è uno squattrinato fotografo costantemente in giro per il mondo abituato a scomode situazioni, mentre lei è una donna di classe, ricca, aggiornata su qualsiasi abito diventato moda. La peculiarità de La finestra sul cortile è proprio quello di avanzare secondo un classico schema di film thriller, ma che sfuma in attimi di romanticismo rendendo la pellicola leggibile a diversi strati. Non solo possiamo essere testimoni del rapporto tra Jeff e Lisa, ma possiamo spiare anche le altre coppie e gli altri individui che portano in scena le loro debolezze e i loro vizi davanti alle finestre spalancate.

Hitchcock ci mostra dosando ad ogni ripresa il cortile e quello che Jeff si trova a sezionare. Il semplice voyeurismo diviene qualcosa di più ossessivo nel momento in cui il protagonista si convince che nell’appartamento antistante si sia compiuto un omicidio. Lisa ritiene che quello che inizialmente si era costituito come un semplice gioco, stia divenendo alquanto morboso. Eppure gli spostamenti e quello che pare la preparazione a breve di un trasloco e il dissolversi nel vuoto della donna nella camera da letto, fanno rimanere saldo Jeff sulla sua ipotesi, ossia che l’uomo, un rappresentate di gioielli, abbia ucciso la moglie malata. Nella sua indagine condotta dall’appartamento, riuscirà infine a trascinare anche la sua amata e l’infermiera che giornalmente viene ad accudirlo. Le prove, sebbene Jeff passi tutto il tempo a sorvegliare il rappresentante attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica, non sono ancora tangibili, ma le due donne assistono a quello che ormai è chiaro anche ai loro occhi; il tentativo dell’uomo di nascondere il corpo della moglie e farla franca.
Il maestro della suspance ci regala a mio parere una delle sue pellicole migliori. Hitchcock era un pauroso, questo è oramai risaputo, fa parte di una di quelle curiosità che libri e biografi ci hanno raccontato in diverse occasioni. I suoi film divengono la proiezione di quelle paure che non spariscono una volta messe sul grande schermo, ma perlomeno vengono condivise con il pubblico e Hitchcock con il suo pubblico è sempre stato onesto, chiaro. Noi siamo al corrente di tutti i fatti, i protagonisti non sempre. Questo genera tensione, questo ci fa partecipare con il protagonista che deve arrangiarsi, discolparsi, lottare caparbiamente per arrivare alla verità.

Anche ne La finestra sul cortile James Stewart dovrà convincere non poche persone, tra cui il suo amico poliziotto, a prendere in considerazione il fatto che dietro a una di queste finestre si nasconda un assassino e mentre noi ci schieriamo dalla parte di Jeff, il senso di ingiustizia sale fino a infastidirci. Questa è la suspance di Alfred Hitchcock. Il senso di equilibrio precario che si respira durante il film di solito viene meno con il finale, che è sempre un felice finale, come se tutto e tutti trovassero la giusta collocazione nella propria vita. Anche Jeff e Lisa avranno, dopo le discussioni sull’anello ancora mancante al dito di lei e dopo le introduzioni furtive in appartamento compiute e subite, il loro attimo di quiete.
Giovedì, 08 Gennaio 2009 00:37

I quattrocento colpi

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“L’intera opera di un regista è contenuta nella prima bobina del suo primo film”
François Truffaut

Cinquant'anni e non sentirli. Insignito del Prix de la mise en scène al Festival di Cannes del 1959 (la Palme d'or andò all'Orfeu Negro di Marcel Camus), il primo lungometraggio di François Truffaut mantiene inalterati tutto il candore e lo charme originari, arricchendosi anzi del dolce senso di malinconia che culla sovente il rispolvero della grande stagione del cinema in bianco e nero. Come una madeleine sciolta in un the caldo ed assaporata in solitudine, questo chef-d'oeuvre rivoluzionario ci accompagna nell'universo puro e scanzonato del non ancora adolescente Antoine Doinel, di Truffaut e, come solo all'arte migliore riesce, di tutti noi.
Il piccolo protagonista, un sorprendente Jean-Pierre Léaud al suo esordio con l'autore che ne farà il proprio alter-ego, è un tredicenne irrequieto e sognatore, il quale "preferisce rinchiudersi nei cinema a rovinarsi gli occhi" piuttosto che partecipare a noiose lezioni scolastiche. La sua famiglia non si cura di lui, presa com'è ad occuparsi della propria individualità; Antoine ne soffre e prova in ogni modo, con l'inconsapevolezza di un esserino non ancora formato, ad attirare la loro attenzione.
Non sembra troppo sconvolto quando, mentre vagabonda per le vie di Parigi con l'amico del cuore René dopo aver marinato la scuola, sorprende la madre avvinghiata all'amante; ci rendiamo conto di come questa visione l'abbia effettivamente colpito nel momento in cui, dovendo la mattina seguente rispondere dell'assenza, comunica con naturalezza all'insegnante che la sua mamma... elle est morte. Ma una frottola così grande ha vita breve: una fuga, l'effimera tenerezza materna e l'amore per Balzac non salveranno questo minuto garçon terrible implorante affetto dal solitario epilogo.
Rinchiuso in una casa di correzione per piccoli delinquenti, riesce finalmente a fuggire in una corsa consapevole verso il Mare, dando vita ad uno tra i finali più aperti e commoventi dell'intera storia del cinema.
Nato nella mente di Truffaut come un altro cortometraggio sull'infanzia (dopo Les Mistons del 1957), cui sarebbero dovuti succederne degli altri, il primigenio La fugue d'Antoine diviene Les 4 Jeudis ed evolve, infine, nel lungometraggio Les quatre-cents coups: espressione idiomatica che si può rendere in italiano con "fare il diavolo a quattro" o "combinarne di tutti i colori". Trattandosi di un lavoro che va a rimestare nell'esperienza personale del regista, questi avrebbe voluto inizialmente ambientarlo durante gli anni della Parigi occupata dai nazisti, teatro della sua infanzia; considerazioni di carattere economico, nonché estetico, lo spinsero invece a collocare la storia nella Francia contemporanea. Estrema cura venne posta nel casting per la selezione del piccolo protagonista: l'annuncio fu pubblicato su un importante quotidiano dell'epoca, France-Soir. Tra circa un centinaio di aspiranti Antoine Doinel, venne scritturato Jean-Pierre Léaud; non per somiglianza fisica ma in virtù della forte determinazione mostrata dal giovane attore nel voler ricoprire il ruolo. La scelta, oltre che felice, è di importanza basilare: il ragazzo mostra subito una spiccatissima personalità che si discosta sotto vari aspetti dal personaggio iniziale; questo spingerà il regista a modificare in fieri la sceneggiatura, lasciando spesso Léaud libero di improvvisare i dialoghi (ad esempio nella celeberrima scena dell'"interrogatorio" con a psicologa).
Si può certo chiosare, come è già stato fatto abbondantemente, sul carattere autobiografico delle vicende de Les quatre-cents coups: sappiamo come il padre del regista si oppose violentemente alla proiezione e che la madre interpretò il film come “una coltellata alla schiena” (con Jules et Jim Truffaut tenterà di farle capire come egli in fondo la comprendesse). Tutti gli episodi de Les 400 coups sono rielaborazioni di situazioni effettivamente vissute in prima persona dal regista o da qualcuno lui vicino: ad esempio, la bugia circa la morte della madre corrisponde, nella realtà, a quella sulla deportazione del padre da parte dei nazisti! Ma l’opera, lungi dal limitarsi a narrare l’esperienza personale di François Truffaut, trascende continuamente il particolare per narrare l’universale. Il tema centrale è quello, assoluto, della libertà (reso visivamente tramite l‘opposizione spazio aperto-spazio chiuso: l‘angusto appartamento dei Doinel e le strade di Parigi, sino all’ampio respiro figurato della distesa oceanica finale). Libertà dall’autorità ed idiosincrasia nei confronti di qualsivoglia gerarchia; continua tensione in avanti, incoscienza, capacità di immaginare la realtà differente dalla veste con la quale essa si presenta, anche aiutandosi con qualche bugia o immergendosi nel silenzio di una sala buia che profuma di sogni.
La proiezione della pellicola al Festival di Cannes segna uno spartiacque fondamentale nel corso della storia della settima arte. Capostipite della cosiddetta Nouvelle Vague (la nuova onda) francese, l'opera prima di Truffaut riassume tutte le aspirazioni della nuova generazione di auteurs: giovani critici-cinefili, formatisi alla Cinémathèque Française (che proiettava i film “maledetti” di Rossellini, Renoir, Hitchcock, etc.) e sui Cahiers du cinéma, desiderosi di distruggere il coevo “cinéma de papa“, espressione moralizzante della crisi che colse la Francia durante gli anni turbolenti della guerra d‘Algeria. Il cinema non si risolve più nella trama, negli effetti speciali, nei “grandi attori” ma si fa estensione dell’individualità del regista, dell’Autore.
Destabilizzante, struggente senza mai cadere nel caramelloso, autentico, penetrante e sincero; Truffaut delineerà ancora quadri raffinati in alcuni suoi capolavori, primo tra tutti l’incantevole Jules et Jim, ma non potrà mai superare il profondo atto d’amore, di sensibile comprensione dell’animo umano testimoniato dal rarefatto noir et blanc de Les quatre-cents coups.

Venerdì, 16 Gennaio 2009 00:28

Medea

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Quando Medea uscì nelle sale, il 28 dicembre 1969, venne accolto, salvo alcune rare eccezioni, con scarsissimo entusiasmo sia dalla critica, sia dal pubblico. Anzi, sarà destinato a rimanere per molto tempo, rispetto agli altri film di Pier Paolo Pasolini, uno di quelli a cui si è dedicata meno attenzione, snobbato e bollato paradossalmente con definizioni di segno opposto: c’è stato chi l’ha visto come un film d’èlite, decadente e volutamente incomprensibile ad un pubbico medio, e chi l’ha visto come un film commerciale, un evitabile cedimento di Pasolini ad esigenze economiche. L’unico aspetto su cui i critici di ogni decennio sono sempre stati d’accordo riguarda la bellezza plastica della messinscena, ma anche questo è stato usato, almeno all’inizio, come prova per dimostrare alternativamente l’autocompiacimento culturale del film, o il suo assoggettarsi alle regole dell’industria di massa.

L’idea di realizzare Medea e di affidarne il ruolo della protagonista a Maria Callas fu del produttore Franco Rossellini, ma fu appoggiata con entusiasmo da Pasolini, che precedentemente aveva progettato un adattamento cinematografico de Le Troiane di Euripide e aveva pensato alla Callas come interprete di Giocasta in Edipo re (1967). Ma le vicende della sacerdotessa infanticida, che lo scrittore-cineasta affronta partendo dalla tragedia euripidea ma poi rifacendosi anche a fonti precedenti come Le Argonautiche, sono raccontate con una commistione di stili, di mezzi artistici e di paesaggi che va davvero oltre la semplice rappresentazione del dramma classico. Medea è stato girato tra la Cappadocia, la Siria, Piazza dei Miracoli a Pisa, con costumi lontani da qualsiasi volontà di ricostruzione storica (creati da Piero Tosi, che ha letteralmente reinventato le materie attraverso incredibili lavorazioni) e che invece mischiano ad arte le più disparate influenze antiche, e poi con musiche africane, rumene, tibetane, riti in parte desunti dai trattati di storia delle religioni di Frazer e di Mircea Eliade, e sequenze a volte oniriche, a volte picaresche. Poche volte come in questo caso un’opera letteraria classica è stata rielaborata in modo talmente personale, diventando un mezzo per esprimere la propria visione del mondo, del sacro, del mito.

Il film inizia con una lunga sequenza ellittica durante la quale il centauro Chirone educa Giasone, dapprima bambino, raccontandogli la storia del Vello d’oro e mostrandogli la divinità immanente in ogni aspetto della natura. Chirone, in un primo momento, è rappresentato per metà uomo e per metà cavallo, esattamente come nel mito. Ma man mano che Giasone cresce, mentre il dialogo prosegue lineare, il centauro appare non più che un comunissimo uomo, e spiega al giovane eroe di come lo zio Pelia, fratello di suo padre Esone, gli abbia usurpato il trono, e che non esiste alcun dio. Questa è solo la prima "conversione alla rovescia" presente nel film, e la prima rappresentazione di un’antitesi insanabile che riguarda tanto le vicende biografiche di Pasolini quanto la sua percezione del mondo contemporaneo. Il doppio centauro è quindi una sorta di stilizzazione figurativa: il mondo barbarico mitico-realistico degli esordi della storia umana cede il passo ad un mondo moderno, laico e razionalista, in cui contano solo le questioni razionalmente verificabili. Ma oltre che in chiave antropologica, è possibile analizzare il conflitto presente in Giasone anche in chiave psicanalitica: ogni uomo, da bambino è più vicino al mondo materno, magico, e assume la natura in maniera religiosa, mentre crescendo abbandona questo atteggiamento e abbraccia quello paterno, dominato dalla razionalità e dalla tecnica. In qualche modo, è come se Pasolini esorcizzasse la sua dimensione personale in una dimensione generalmente umana. Ma non solo, come al solito. Questo stesso passaggio Pasolini l’ha riscontrato anche nel cambiamento sociologico avvenuto nell’Italia del suo tempo, quando l’umanità semplice delle borgate romane che lui aveva amato tanto e che era stata protagonista indiscussa dei primi suoi film si era amalgamata, dopo il progresso economico degli anni Sessanta, in un’informe massa medio-borghese.

A questa segue un’altra sequenza, girata secondo modalità del tutto opposte, cioè apparentemente realizzata in tempo reale e quasi completamente priva di dialogo, come una sorta di documentario: Medea sta officiando un rito agrario di fertilità, interamente ripreso da quelli descritti nei trattati di Eliade e di Frazer. Sarà Pasolini stesso a spiegarlo: "[… ] Medea è basato sulla storia delle religioni, su Frazer, su Lévi-Strauss, su Lévi-Bruhl. Quando ho letto questi libri, mi è venuta l’idea di concepire il mondo di Medea come un frammento simbolico, onirico-visionario del Terzo Mondo" (intervista a cura di Oscar Jahn Montauban, El Nacional, 29 marzo 1970). Di nuovo il dualismo, tra Mondo Occidentale dissacrato e smitizzato e Terzo Mondo primitivo e magico.

Il film prosegue, e troviamo un giovane e irriverente Giasone che si reca a Jolco per rivendicare il suo trono. Pelia promette che glielo restituirà a patto che riesca a conquistare il Vello d’oro, e così Giasone si imbarca con alcuni scapestrati compagni sulla zattera (ulteriore smitizzazione, rispetto alla grandiosa nave descritta dal mito) Argo, alla volta della Colchide. Il resto è storia (o mito). Medea ruba il Vello per Giasone, uccide il fratello per agevolare la fuga degli Argonauti, abbandona la Colchide, perdendo ogni contatto con la propria dimensione sacra, sposa l’eroe e si trasferisce con lui nella più raffinata Corinto. Ancora un’antitesi, ancora un apparente superamento. Ma quando Giasone l’abbandona per sposare Glauce e diventare re della città, Medea si sente perduta, e recupera d’un tratto la sua potenza magica e il contatto con gli dèi. E Glauce muore, in uno dei passaggi più ambigui di tutto il film. Muore una prima volta in un sogno di Medea, ovvero esattamente come nella tragedia, prendendo fuoco dopo aver indossato gli abiti incantati che le aveva inviato la sacerdotessa. E poi muore davvero, gettandosi dalla torre del palazzo, in una sequenza quasi del tutto identica a quella del sogno. Il dualismo costantemente ribadito in tutto il film si apre anche in questo caso ad una moltitudine di significati differenti. Fermo restando che Medea non attua alcun maleficio ai danni della principessa, rimane volutamente ambigua l’intenzione della sacerdotessa. Medea infatti era a conoscenza del fatto che Glauce nutrisse un profondo senso di colpa verso di lei, poiché Creonte stesso l’aveva informata di questo, cacciandola dalla città, in un passo che Pasolini non traduce da Euripide ma crea ex-novo: "[…] non è per odio contro di te, né per sospetto della tua diversità di barbara […] che ho paura… Ma è per timore di ciò che può fare mia figlia: che si sente colpevole verso di te e sapendo il tuo dolore, prova un dolore che non le dà pace. Tanto che per lei, queste nozze con Giasone sono ragione di lutto, anziché di felicità". Pasolini, quindi, pur rendendo la morte di Glauce un suicidio legato a cause psicologiche, fa in modo che l’istigatrice di questo atto sia Medea. Medea non uccide più la principessa mediante riti magici, ma facendo leva unicamente su moventi irrazionali, il che, per il cineasta, costitiusce un'ulteriore critica nei confronti della ragione borghese che sempre tende a rimuovere "la violenza incancellabile dell’irrazionalità" (Pasolini, durante la trasmissione televisiva Cinema 70, puntata del 28 gennaio 1970).

Infine, dal momento che "niente è più possibile ormai", Medea uccide i suoi adorati bambini, in un tragico e simbolico tentativo di recuperare la dimensione “sacra” di quando era ancora una vergine sacerdotessa, la condizione antecedente all’incontro alienante con Giasone.

"Il sacro e il profano sussistono uno accanto all’altro. Io non sono hegeliano: c’è la tesi, il sacro, l’antitesi, il profano, ma non c’è sintesi, solamente giustapposizione. Il sacro, dice il Cenaturo, rimane in te, anche se tu lo profani. Ma assume una forma differente, in particolare una forma estetica; così la poesia era un canto di sacerdoti e sciamani" (Pasolini, intervista a cura di Andrée Tournès, Jeune Cinéma, n. 45, marzo 1970; trad. it. “Il sacro profanato”, in Pasolini, Callas e Medea, a.c.d. Roberto Chiesi, FMR-Art’è, Bologna, 2007).
Il conflitto tra ragione e sensibilità arcaica viene ostentato a tutti i livelli, ma questo apre la porta ad un’altra, ultima interpretazione del senso dell’opera. L’uomo moderno vive infatti una scissione ancora differente da quella tra una visione mitica, sacrale del mondo e la necessità di razionalizzare, giacché la possibilità stessa di propendere per una visione sacrale passa attraverso la decisione razionale di farlo. Siamo condannati a essere razionali, ma ci resta sempre la poesia. E un film così bello.
Giovedì, 02 Aprile 2009 01:00

Apocalypse Now Redux

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Quello che fece Francis Ford Coppola nel 1979 fu senza pari: un film che non era solo “sul” Vietnam ma, come disse lui stesso, era il Vietnam, una storia che solo in apparenza sembra di guerra ma che in realtà è l’indagine perfetta dell’animo umano. Con questo film Coppola, se vogliamo, ha inaugurato un vero e proprio sottogenere: i film sul Vietnam. Ne sono seguiti moltissimi ma senza dubbio Apocalypse Now è quello che lascia maggiormente il segno nello spettatore. Liberamente ispirato da Cuore di tenebra di Joseph Conrad, il film ne calca il senso profondo: la ricerca della follia, l’introspezione umana, valori assoluti che sono presenti in ogni essere umano: Coppola cambia il momento storico, il luogo d’azione e lo adegua ai suoi fini di denuncia sociale. La struttura del film è, di base, la stessa del libro: la ricerca sempre più assillante di un personaggio che agli occhi degli indigeni sembra essere un dio.

Nel 2001 Coppola fece uscire nelle sale una versione praticamente nuova del film: Apocalypse Now Redux. Quasi un’ora un più di pellicola (con alcune scene molto contestate ma comunque sempre d’effetto), nuovo doppiaggio e un nuovo finale, quello che era presente nella sceneggiatura originale e che purtroppo Coppola, per motivi di produzione, non poté subito integrare.

I film inizia con le scena cult degli elicotteri che volano sulla giungla con The End dei Doors in sottofondo. Poi appare il primo protagonista, il capitano Willard (Martin Sheen), tormentato narratore e addetto all’indagine psicologica alla base di tutto il film. Gli viene affidata una missione: risalire il fiume Nung per uccidere il colonnello Kurtz (Marlon Brando) oramai impazzito e autore di una serie di delitti ingiustificati. Su questa semplice trama si basa l’intera epica avventura girata da Coppola che, oltre ad essere un film veramente spettacolare (sotto tutti i punti di vista) si annovera il fardello di essere anche, come avevo annunciato, una pellicola di denuncia. L’intento di Coppola era chiaro: far vedere al pubblico le atrocità e le verità della guerra che spesso venivano taciute. Per rendere chiaro questo intento Coppola consegna al capitano Willard una barca dall’equipaggio piuttosto singolare: quattro personaggi stereotipati (il surfista edonista, lo chef codardo, il ragazzino impulsivo e il capitano senza macchia) che cozzano, per la loro teatralità, con l’andamento drammatico e oscuro del film, e soprattutto un colonnello sanguinario, William Kilgore (interpretato magistralmente da un’inarrestabile Robert Duvall) che incarna perfettamente le atrocità della guerra, il sadismo imperante e il più completo sprezzo per la vita umana.

La maestria di Coppola nel rendere Kurtz/Brando un dio anche agli occhi di Willard/Sheen (che lo conoscerà solo nel finale) è inarrivabile: coll’avanzare del film (lento ed epico) mano a mano ci si rende conto che il vero protagonista non è ne il Vietnam ne Willard ma proprio Kurtz, un’ombra onnipresente nella mente della ciurma alla sua ricerca e poi anche nello spettatore, costretto ad una inevitabile curiosità per quest’uomo diventato dio che semina orrore tra i Vietcong. Il capitano Willard, nel frattempo, verrà ossessionato da tale personaggio, rileggerà di continuo le sue carte, si interrogherà sulla giustizia del suo compito (ucciderlo) ed inevitabilmente si troverà addirittura ad impersonarsi con lui. Quando apparirà Kurtz sembrerà di assistere ad una visione, Marlon Brando sarà sempre nell’ombra (in contrasto alla luce predominante del resto del film), mai ripreso nella sua interezza (tecnica che infonde un senso di maestosità e fascino in chi guarda), e sarà proprio il dio benigno/maligno, adorato ed odiato dagli indigeni (tra cui un “acido” fotoreporter interpretato da Dennis Hopper, che spiega a Willard il carattere mistico del suo padrone). Tra le scene aggiunte una particolarmente toccante in cui Kurtz legge un articolo del Time ad un Willard imprigionato, in cui si annuncia la vittoria degli Stati Uniti nella guerra e quindi il perpetrarsi delle menzogne e delle falsità della guerra. In questo contesto Kurtz appare come un santo che risponde ad un disegno più grande: lui agisce in un campo che è fuori dalla percezione umana perché, proprio grazie alla guerra, lui è arrivato a capire cose che normalmente gli uomini nemmeno comprendono e questo, proprio questo aspetto, è il lato più affascinante del film, la particolarità che lo rende diverso da un semplice racconto realistico di guerra. L’uccisione di Kurtz, il vero cuore di tenebra, sarà la vera e propria catarsi per Willard e, in senso più ampio, per l’intera, insensata, guerra.

Film ispirato al romanzo confessione di una giovane ragazza, Chistiane, esce nelle sale cinematografiche nel 1981. Christiane ha solo dodici anni quando si affaccia al mondo delle droghe, anfetamine e fumo e a tredici è già in cattura dell’eroina. Il film ha avuto un impatto maggiore sull’opinione pubblica, un impatto shock rispetto al libro, in quanto la crudezza delle scene lasciava poco spazio alla fantasia. Il libro è diventato in Germania un testo importante, preso in considerazione da medici, sociologi e insegnanti il film ha amplificato gli effetti di questa piaga.
La vera protagonista di questo film è la droga, filo conduttore e distruttivo del corpo e della mente umana che parla attraverso gli occhi e la vita della giovante Christiane (Natja Brunckhorst).

Altro aspetto evidente è il rapporto più o meno inesistente, a tratti superficiale, che si è instaurato in famiglia. Il padre e la madre di Christiane sono separati e il padre si è già costruito un’altra famiglia, mentre la madre è in procinto di formarsene una con il suo nuovo compagno Klaus, che per quanto gentile e premuroso nei confronti della ragazza non riesce a entrare nelle sue grazie. La sorella di Christiane decide di andare a stare dal padre e dopo questa sentenza Christiane si ritrova letteralmente sola. Siamo nella periferia di Berlino, nel quartiere dormitorio di Grupiusstadt dominato da uno squallido raggruppamento di palazzi freddi e grigi, in cui pare che la gente si aggiri e viva in modo completamente distaccato dal resto del mondo.

In questa malsana condizione nasce e ruota un triste luna park per giovani tossicomani che infettano e si infettano nei bagni delle stazioni e delle discoteche, sulle strade della plumbea Berlino mentre attendono i clienti che li salveranno da una crisi prossima di astinenza infilando sempre più a fondo quella siringa incrostata di sangue.

Christiane si attacca alla vita di Kessi, amica che la trascina per la prima volta nella discoteca più grande d’Europa, il Sound e sarà in questo luogo che conoscerà Detlef e i suoi amici con cui passerà le notti in bravate adolescenziali con il macabro appunto dell’uso di anfetamine.

Detlef e Christiane s’innamorano come succede a quattordici anni, ossia con la complicità di pochi sguardi, poche parole e soprattutto in poche ore. Christiane sniffa eroina per la prima volta con gli amici del suo ragazzo al concerto di David Bowie, in assoluto il suo cantante preferito. Nel momento in cui la giovane scopre che Detlef si fa di eroina ne rimane turbata e in un primo momento dà al ragazzo anche una specie di ultimatum, suggerendogli di piantarla con “quella merda” o non l’avrebbe mai più rivista. In realtà Detlef non valuta affatto la proposta, al contrario, sarà Christiane che per non allontanarsi dal ragazzo che ama percorrerà la sua stessa strada.

Detlef confessa successivamente alla sua ragazza che è costretto a prostituirsi con clienti omosessuali per guadagnarsi i soldi per la dose giornaliera. Detlef cerca di non assecondare il desiderio della sua ragazza a provare a bucarsi, ma non è abbastanza forte da proteggerla, così come non è abbastanza forte da proteggersi. La prima volta che Christiane si fa è nei bagni della stazione, la paura della ragazza è scolpita nei tratti del suo volto, così come il desiderio di non indietreggiare. Il suo primo buco verrà fatto da uno dei tossici che spesso si aggira da quelle parti, avvertendola che q
uesto buco è un errore irrimediabile.

I due ragazzi tentano più volte di disintossicarsi e in un primo momento paiono addirittura riuscire nell’impresa. C’è un’altra prima volta nella vita di Christine, che è il sesso e lo farà con Detfel quando tutti e due sono completamente puliti e lucidi.

Ma l’eroina ha un richiamo molto forte e persuasivo e i due ci ricascano quasi nell’immediatezza, tanto che anche Christiane questa volte si spinge sulla Kurfussenstrasse a prostituirsi.

Se la forza del gruppo e dell’amore l’ha tirata dentro a questa spirale di tentazioni e di perdizioni, sarà in ugual modo la stessa forza a salvarla. Molti dei loro amici muoiono di overdose e quando Christiane si spara l’ultimo buco in un bagno pubblico si pensa che sia l’ultimo passo verso il baratro, in realtà è l’inizio della sua rinascita. Lo stesso non vale per il suo ragazzo, che dopo la morte di Alex, suo migliore amico, si trova ancora una volta costretto a scegliere la meno difficile delle soluzioni, trasferendosi da un suo cliente continuando quello che prima faceva sui marciapiedi.

In tutto questo la madre di Christiane entra in scena molto tardi. La donna non riesce a cogliere i devastanti cambiamenti che modellano l’umore e l’animo della figlia, se non quando quest’ultima non si fa trovare nel bagno della loro casa completamente priva di sensi.

Eppure sarà quest’ultima, assieme al suo compagno a darle una nuova possibilità, trasferendo la ragazza lontano da Berlino, da alcuni parenti, nella cittadina di Amburgo. Christiane è una sopravvissuta, di questo si può vantare.
Se il film ha avuto il merito di raccontare questa storia con una linea documentaristica e veritiera, è altrettanto vero che il libro ha saputo sviscerare meglio la storia di Christiane, raccontando ogni personaggio che è girato attorno alla sua vita in quei due anni, cosa che nel film invece non è stato possibile e alcuni personaggi semplicemente spariscono.

Domenica, 24 Maggio 2009 11:06

Taxi Driver

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Seconda collaborazione, dopo Mean Streets, tra Martin Scorsese e Robert De Niro, e il risultato, sta volta, è molto superiore. Taxi Driver, 1976, ottenne il plauso di critica e pubblico, un grande successo per una storia tutto sommato semplice ma di grande effetto, affermando Scorsese tra i migliori registi di allora e di adesso.

Travis Bickle (Robert De Niro), ex marine reduce dal Vietnam, soffre di insonnia e decide di lavorare come tassista notturno per passare il tempo. La New York in cui si muove non è tanto uno sfondo quanto un coprotagonista dove strade «lerce e violente» (Morando Morandini) danno risalto ai pensieri e alla solitudine di Travis. E’ la New York forse preferita da Scorsese, quella oscura ma iperrealistica, composta da personaggi negativi di cui solo il tassista sembra essere un innocente spettatore che non prende parte alla cattiveria del mondo. Siamo in campagna elettorale e Travis, passando di continuo davanti la sede di un partito, nota una splendida ragazza Betsy (Cybill Shepherd), si fa coraggio e la invita ad uscire. I due si conoscono ma presto lei lo rifiuterà e non gli rivolgerà più la parola. A questo punto la schizofrenia del protagonista esce allo scoperto e le sue ossessioni e paranoie (coadiuvate da un discorso surreale di un cliente del taxi che vuole uccidere la moglie che lo tradisce) prendono vita nel personaggio del candidato alla presidenza Charles Palantine (Leonard Harris), l’uomo che, a quanto pare, assorbiva tutta la vita di Betsy.

Bisogna dire che la splendida sceneggiatura di Paul Schrader (Obsession, Toro Scatenato) rende perfettamente il complesso stato mentale di Travis: quando legge il diario che scrive di giorno in giorno, in cui riporta ogni sua considerazione, si può chiaramente comprendere l’accrescimento del suo stato latente di pazzia ed estraniamento che lo porterà alla decisione finale: uccidere Palantine.

L’ultra realismo di cui viene giustamente tacciato il film, prende qui corpo: un uomo, seppur non stabile mentalmente, ma comunque uomo, che circondato da non altro che male e cattiveria (la New York di cui prima), decide di farsi giustizia da solo eliminando la fonte di ogni suo male, Palantine.

In mezzo a tanto degrado Travis trova un’anima non ancora del tutto corrotta, Iris (interpretata dall’allora tredicenne Jodie Foster), giovanissima prostituta che, proprio come il protagonista, vorrebbe evadere da quella realtà ma non solo non trova il coraggio, ma un motivo veramente valido per farlo. Dalla giustizia privata si passa allora alla redenzione: quando il tentativo di uccidere Palantine fallirà, Travis raggiungerà la bettola dove lavora Iris e ucciderà il suo pappone (un grandissimo, anche se minore, Harvey Keitel) e suoi scagnozzi con una spettacolare sparatoria.

E’ in questo momento che Travis, agli occhi della New York in cui vive, diventa involontariamente un eroe metropolitano, nonostante la sua intenzione fosse solamente quella di aiutare la ragazza a condurre nuovamente una vita normale.

Il finale del film, ovvero dopo che Travis è stato ricoverato all’ospedale per la sparatoria, e torna a fare il tassista notturno, ha suscitato diverse interpretazioni: alcuni sostengono che i momento dopo l’ospedale si svolgano nella mente del protagonista e la scena di chiusura in cui Travis guarda nello specchietto dell’auto sia l’unica reale; altri che la trasformazione da misantropo a cittadino modello è compiuta proprio in quella inquadratura. Scorsese stesso, invece, ha detto che quella scena vuol lasciare l’interpretazione allo spettatore: lo sguardo di Travis sembra essere lo stesso delle parti salienti del film, quando era ormai folle, e lascia intendere che egli possa di nuovo ricadere in depressione e soffrire di scatti d’ira. Da notare il parallelo con Arancia meccanica di Stanley Kubrick: anche lì nella scena finale vi era lo sguardo del protagonista che si ripiegava nel famoso ghigno di cattiveria (e poi la visione e l’esclamazione “Ero guarito!”) di Alex De Large.

Per concludere, da antologia del cinema, la scena di Travis allo specchio nella celebre frase “Dici a me? Ma dici a me?” e la colonna sonora cupa e metropolitana di Bernard Herrmann, noto collaboratore di Alfred Hitchcock.

Martedì, 09 Giugno 2009 15:11

Giovani carini e disoccupati

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Ben Stiller si mette come prima volta dietro la macchina da presa nel 1994 e gli riesce di fare una delle commedie meglio riuscite degli anni 90. Il film è Reality Bites, che in Italia esce con il titolo Giovani carini e disoccupati. E’ la storia di quattro ragazzi che vantano un’età postuniversitaria, ma che faticano a far decollare i loro desideri e che s’inventano ogni giorno un modo per racimolare soldi per pagarsi l’affitto senza correre ai ripari da mamma e papà, e soprattutto un elogio all’amicizia all’amore e un percorso che ci fa specchiare in segreti scomodi tenuti in pancia per troppo tempo.

Questi sono gli anni alla ribalta di due giovani talenti come Winona Ryder e Ethan Hawke, che in questa pellicola si ritrovano insieme per dare vita rispettivamente ai personaggi di Lelaina e di Troy.

Lelaina ha terminato da poco il college e lavora in un studio televisivo come assistente del conduttore di un talk show in onda ogni mattina, dove non si sente realizzata, ma semplicemente ignorata perché le sue proposte non vengono valutate dal principio. Lo scherzo giocato da Lelaina al conduttore, stanca della sua faccia spocchiosa, le costerà il lavoro e da quel momento dovrà rodare l’ingegno per poter continuare a pagare il posto che condivide con Vickie e Troy. In realtà Lelaina sta lavorando a un progetto, ossia un documentario sui suoi amici e per questo spesso si aggira in casa e fuori con la telecamera per andare a scavare oltre i lineamenti dei loro visi e mostrare la paura, la saggezza, i sogni di questa generazione, il tutto in modo nudo e crudo, senza effetti di scena, senza sovrastrutture inutili.

Troy invece cambia dieci lavori in un anno, ma farebbe di tutto pur di continuare a suonare la sua musica e ogni sera si porta a casa una di quelle ragazze rimorchiate nelle bettole dove si sente protagonista, senza doversi accollare il giorno successivo coinvolgimenti emotivi e di lezioni d’amore. Troy e Lelaina sono innamorati, ma non se lo sanno dire. Il tutto gli porta a litigare spesso, soprattutto perché Lelaina vuole convincere Troy a mettere concretezza nella sua vita e se è la musica quello in cui crede di provarci davvero e non accontentarsi dei bar da quattro soldi dove si esibisce con la sua band, anche se sia Troy che Lelaina sanno in cuor loro di non aver bisogno di niente altro che “ io, te, due chiacchiere e cinque dollari”. Gelosi l’uno dell’altra, Troy subirà in silenzio l’avvicinamento a Lelaina di Michael (Ben Stiller), giovane yuppy gentile e carino con un lavoro che lo soddisfa. La stabilità di Michael è in contrapposizione al divenire convulso e irrisolvibile, così parrebbe, di Troy e Lelaina è combattuta tra i due.

Nel mezzo della storia romantica ruotano le vite dei loro due amici, Sammy e Vickie. Il primo è gay e non sa come rivelarlo alla famiglia, mentre Vickie, commessa in un negozio di abbigliamento, si è sottoposta al test dell’Aids e l’attesa del risultato la sta lentamente facendo impazzire. Lelaina sarà lì a sostenere i suoi amici e a documentare l’evento, sia quando Sammy troverà il coraggio per affrontare i genitori, sia quando Vickie riceverà la risposta all’esame.

Troy e Lelaina sono la storia d’amore degli anni novanta e il modo in cui vengono presentati i diversi temi, temi caldi che hanno fatto particolare rumore e polemica negli anni novanta, sono ben gestiti e non si scende nel patetico o nel melodrammatico prevedibile e il ritmo serrato dei dialoghi e le battute convincenti, lasciano il telespettatore con il sapore di zucchero in bocca, ma non troppo dolciastro da molestare o irritare.

Un valore aggiunto è anche la colonna sonora, preziosa con dei pezzi intramontabili come “My Sharona” dei The Knack, “Alla I want is you” degli U2 e “Spinning around over you” di Lenny Kravitz.
Domenica, 12 Luglio 2009 17:43

Quei bravi ragazzi

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Trent’anni di mafia italo-americana a New York: da come il piccolo Henry Hill entrò nelle grazie del boss Paul Cicero, a come frequentò il suo clan e ne divenne tirapiedi di lusso, fino a raccontare tutto alla Narcotici.
Dal romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi, storia vera del pentito di mafia italo-irlandese Henry Hill (sono stati cambiati alcuni nomi: Tommy De Vito si chiamava in realtà Tommy De Simone, mentre il boss faceva di cognome Vario e non Cicero). Per molti, “il” film sulla mafia italo-americana, superiore persino all’intoccabile “Padrino” coppoliano per la lucidità clinica e la chirurgica dissezione di quel mondo. Opera di complessità tecnica quasi irraggiungibile, per l’irripetibile mélange di immagini e musica (colonna sonora ricchissima con anche pezzi di Mina – “Il cielo in una stanza” – e Betty Curtis – “Chariot”) che si fondono in un impasto a flusso continuo che va avanti senza graffi per quasi due ore e mezza. Il punto di vista innanzitutto sociologico con cui Scorsese guarda a questo piccolo mondo antico va a scavare anche nelle abitudini sessuali, nella gastronomia (celebre il montaggio alternato tra la preparazione della cena domenicale e l’inseguimento a Henry della Narcotici) e nelle modalità d’assassinio (Tommy viene “sparato” al volto così che sua madre non possa fargli il funerale con la bara aperta). Più un film-saggio che un film-romanzo, nella sua struttura descrittivo-illustrativa: non sia troppo azzardato il paragone con “La dolce vita” per il suo importante valore di opera simbolo di un’epoca (anche se il capolavoro felliniano era contemporaneo e non postumo come questo). Scorsese sa indubbiamente di cosa sta parlando e non ha bisogno di strafare per dimostrarlo; il giudizio morale passa in secondo piano rispetto al carattere analitico di tutto il film, ma non c’è compiacimento o peggio ammirazione, come dimostra l’insistenza sui truci segni della violenza. Varie citazioni di cui l’ultima è chiaramente riconoscibile: Joe Pesci spara guardando in macchina come George Barnes in “La grande rapina al treno” (Edwin S. Porter, 1903). Nell’anno di “Balla coi lupi” rimediò il solo Oscar a Joe Pesci come miglior attore non protagonista.
Giovedì, 06 Agosto 2009 15:00

Il petroliere

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Paul Thomas Anderson arriva al quinto film e dirige il primo (speriamo non ultimo) capolavoro della sua carriera: Il Petroliere. Che fosse un regista particolare lo si era già capito dal contorto Ubriaco D’amore (2002) e dal complicato e bellissimo Magnolia del 1999. Con Il Petroliere lascia stare i tecnicismi delle precedenti sceneggiature e racconta una storia epica come non si vedevano da anni.

L’intreccio, come predetto, è molto semplice: un minatore texano (Daniel Day-Lewis, che con questo film vince, meritatamente, l’Oscar come miglior attore protagonista) scopre accidentalmente un giacimento di petrolio. Durante l’estrazione uno dei suoi minatori muore lasciando un figlio. Daniel Plainview, questo è il nome del protagonista, prende con sé l’orfano e comincia allora l’enorme scalata al successo e al predominio incontrastato dei giacimenti petroliferi da parte dello scaltro ex minatore.

Il predominio, oltre che un particolare rapporto di amore odio tra padre e figlio e la ricerca dell’espiazione, è il tema fondamentale del film, tema che, a mio parere, veniva evocato con maggiore intensità ed effetto dal titolo originale del monumentale film: There Will Be Blood. Per quanto la traduzione italiana sia effettivamente in linea con la trama del film (di un petroliere tratta d’altronde), questa purtroppo non evoca quel senso di epicità e grottesca grandezza che scaturisce un titolo così ridondante come There Will Be Blood. La cosa l'hanno capita anche gli addetti ai lavori, tanto che è stato commercializzato come Il Petroliere e poi ad inizio pellicola compare il titolo originale scritto in gotico (ancora più grottesco) e anche in chiusura, dopo che uno splendido finale (il migliore mai visto negli ultimi anni) lascia a bocca aperta lo spettatore che in quell'esatto momento capisce il significato esatto del titolo (originale) ed esce con un senso di maestosità dal cinema (o dal salotto, fate voi). Capisce che Daniel Plainview, pur di arrivare al suo scopo (la conquista dei giacimenti petroliferi) era pronto a tutto: che si tratti di spargere sangue suo, quello della sua famiglia, o quello di un prete esaltato (il bravissimo Paul Dano).

Notevole ed assolutamente anticommerciale l’inizio del film: venti minuti di proiezione privi di parole, dove i protagonisti assoluti sono i paesaggi rocciosi del west, la prima morte del film e, ovviamente, il petrolio.

Il regista stesso ha commentato il suo film definendolo un horror mascherato da western. Horror non perché ci siano scene splatter o spargimenti di sangue fini a se stessi, ma perché capirete dove può arrivare un uomo spinto all'inseguimento più sfrenato dei suoi valori, valori compromessi dalla società e dalla, chiamiamola così, misantropia. E cosa fa più paura di un uomo privo di remore?

Così quando Daniel Plainview dirà, nell'ultima scena, ho finito, e sullo schermo comparirà la scritta There Will Be Blood vi sentirete, in ordine: meravigliati, estasiati, sollevati e subito dopo coscienti di aver visto il più grande capolavoro cinematografico degli ultimi anni.

doppioschermo

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