www.doppioschermo.it

The Hurt Locker

A Baghdad giorni sempre uguali per l’unità speciale “Bravo Company”, tre artificieri dal delicatissimo compito di disinnescare bombe inesplose (o sul punto di) in giro per il deserto iracheno. Il nuovo sergente William James impone metodi più spregiudicati e rischiosi, al limite dell'incoscienza per l'incolumità propria e dei suoi due sottoposti Eldridge e Sanborn; si tratta di una conseguenza della filosofia che James applica alla guerra e alla propria vita, nella ricerca costante dell'eccitazione e dell'adrenalina che diventano una vera e propria dipendenza, che si può soddisfare soltanto in una situazione estrema com'è, appunto, la guerra. Ritorno al cinema di Kathryn Bigelow a sei anni dal malriuscito “K-19”; l’ex moglie di James Cameron (bella sfida agli Oscar, quest’anno) prosegue la strada del film bellico con un racconto di soli uomini (e uomini soli) che le calza a pennello, da lei anche scritto insieme a Mark Goal, cronista bellico già autore dello screenplay di "Nella valle di Elah" di Paul Haggis. The Hurt LockerLa via del low-budget favorisce la riesplosione del suo stile registico dalla grande personalità, già apprezzata nel favoloso “Strange days” e poi un po’ annacquatasi nei lavori successivi: la macchina da presa compie evoluzioni di raro dinamismo e la tensione e il senso di spaesamento dei soldati sono esaltati da un montaggio e da una messa in scena volutamente caotici e privi di punti di riferimento. Sempre riallacciandosi ai suoi film precedenti, la Bigelow continua ad indagare sulle irragionevoli dipendenze dell’essere umano, sempre usate come via di fuga dall’orrore quotidiano e malsane contenitrici di inquietudine ulteriore; a queste, si affianca un tema classico del genere bellico "adulto e consapevole", ovvero l'educazione alla vita del soldato Eldridge, il più indifeso e inesperto, in un confronto di caratteri che non è privo di riecheggiamenti di un "Platoon" (già evocato dall'ex-marito James Cameron come termine di paragone). Jeremy Renner si mantiene a debita distanza dai clichés del soldato al fronte, ovattando la stupidità del suo personaggio evitando di andare sopra le righe. Obbligatori pedaggi ai capisaldi del cinema di guerra, ma il risultato finale è originale e più che dignitoso, anche perché rinuncia a battere la strada della denuncia alla “guerra ingiusta” per sottolineare la dimensione privata che ogni conflitto genera in ognuno di noi, dentro di noi. Una sequenza iniziale di thriller d’attesa non facile da sopportare (cfr., per il confronto di stili nel montaggio e nella regia, l'azione frenetica che apre "Strange Days"), che pare possa fruttare alla sua autrice il primo Oscar rosa di ogni tempo per la miglior regia. Camei di Ralph Fiennes, Guy Pearce e di Evangeline Lilly, la Kate Austen di “Lost”.
Articoli dello stesso autore:
Articoli correlati:

Aggiungi commento


Codice di sicurezza


Aggiorna