Se con American Beauty il regista inglese Sam Mendes ci aveva tirato un forte pugno in pancia, con questo film ci mette k.o., stendendoci a terra. E' questa la sensazione che si prova guardando Revolutionary Road, una nomination agli Oscar e un Golden Globe vinto da Kate Winslet, protagonista insieme a Leonardo DiCaprio.
La sensazione è quella di come se guardassimo impotenti il lacerarsi di un bel velo, restando immobili ad ascoltare il rumore straziante che fa. Frank e April Wheeler sono marito e moglie, sono belli, giovani e colti, hanno due bambini e una deliziosa casetta con la staccionata bianca nei sobborghi di una New York bene del 1955. In una parola, sono dei medioborghesi. Vivono sulla Revolutionary Road, è il nome della loro strada, un posto dove tutti gli altri li considerano speciali. Anche l'ordinaria statale 12 col suo "traffico terribile" è una strada rivoluzionaria: è lì che i due coniugi iniziano a rinfacciarsi sogni passati e angosce presenti.
Cambiano i tempi, ma lo sfondo è sempre quello di un'America del nord bigotta e perbenista, che langue stagnante nell'illusione della vita.
Così è almeno come appare agli occhi dei Wheeler che perciò decidono di trasferirsi a Parigi, di ricominciare a vivere lì, di ridare un senso alle loro esistenze, senza aspettare che "la vita gli passi accanto" come accade ai loro più ovvi e mediocri vicini di casa.
Questo improvviso piano d'evasione dalla quotidianità riaccende le passioni e i pensieri sopiti dei due, e con essi anche le liti strazianti, i silenzi taciuti e le innumerevoli sigarette.
Come nell'omonimo romanzo di Richard Yates la cronaca diventerà dramma e l'effetto sarà doloroso quasi quanto quello di un elettroshock, tereapia diffusa in quegli anni, "cura" alla quale si sottopone lo squilibrato del vicinato Michael Shannon, candidato a miglior attore non protoganista, l'unico che riesce a vedere la verità della desolazione avvilente in Frank e April.
L'elettroshock è lo stesso che subirà in quegli stessi anni, nella stessa New York, la giovane e depressa Esther Greenwood de La campana di vetro, unica opera di narrativa della poetessa statunitense Sylvia Plath, entrambe, insieme a April, hanno in comune la tendenza all'autodistruzione, al suicidio.
In stridente contrasto con i colori chiari, neutri, a tratti pastello della scenografia e dei costumi si consuma la cupa e subdola tragedia della noia, di quel "vuoto disperato" che è dentro April, così come in Frank, e non intorno a loro.
La stessa noia che negli anni in cui è ambientato il film spinse la trentaduenne casalinga "disperata" Marie Grace Metalious a scrivere I peccati di Peyton Place, ennesimo ritratto di quella società borghese americana che cerca di nascondere e sopperire lo sporco sotto al letto, per difendere le apparenze.
April, come una moderna Madame Bovary o Anna Karenina, soffocherà sotto il peso schiacciante dell'ennui, vinta dalla pesante e ingannevole maschera che la recita della vita le ha imposto.
Il film ci ripropone il trio DiCaprio-Winslet-Kathy Bates, che a distanza di undici anni da Titanic sono pronti a naufragare di nuovo.
Per la Winslet è la prima volta ad essere diretta dal marito Mendes, entrambi provengono dal teatro sperimentale inglese, e, più precisamente, entrambi provengono dalla stessa città, Reading.
Anche stavolta, com'era già successo dieci anni fa per American Beauty, la colonna sonora è composta appositamente da Thomas Newman, che qui ci riporta a sonorità e immagini degli anni '50, e anche stavolta la formula persuasiva del "Look closer", emblema del film d'esordio, potrebbe essere calzante, forse doverosa.
La sensazione è quella di come se guardassimo impotenti il lacerarsi di un bel velo, restando immobili ad ascoltare il rumore straziante che fa. Frank e April Wheeler sono marito e moglie, sono belli, giovani e colti, hanno due bambini e una deliziosa casetta con la staccionata bianca nei sobborghi di una New York bene del 1955. In una parola, sono dei medioborghesi. Vivono sulla Revolutionary Road, è il nome della loro strada, un posto dove tutti gli altri li considerano speciali. Anche l'ordinaria statale 12 col suo "traffico terribile" è una strada rivoluzionaria: è lì che i due coniugi iniziano a rinfacciarsi sogni passati e angosce presenti.
Cambiano i tempi, ma lo sfondo è sempre quello di un'America del nord bigotta e perbenista, che langue stagnante nell'illusione della vita.
Così è almeno come appare agli occhi dei Wheeler che perciò decidono di trasferirsi a Parigi, di ricominciare a vivere lì, di ridare un senso alle loro esistenze, senza aspettare che "la vita gli passi accanto" come accade ai loro più ovvi e mediocri vicini di casa.
Questo improvviso piano d'evasione dalla quotidianità riaccende le passioni e i pensieri sopiti dei due, e con essi anche le liti strazianti, i silenzi taciuti e le innumerevoli sigarette.
Come nell'omonimo romanzo di Richard Yates la cronaca diventerà dramma e l'effetto sarà doloroso quasi quanto quello di un elettroshock, tereapia diffusa in quegli anni, "cura" alla quale si sottopone lo squilibrato del vicinato Michael Shannon, candidato a miglior attore non protoganista, l'unico che riesce a vedere la verità della desolazione avvilente in Frank e April.
L'elettroshock è lo stesso che subirà in quegli stessi anni, nella stessa New York, la giovane e depressa Esther Greenwood de La campana di vetro, unica opera di narrativa della poetessa statunitense Sylvia Plath, entrambe, insieme a April, hanno in comune la tendenza all'autodistruzione, al suicidio.
In stridente contrasto con i colori chiari, neutri, a tratti pastello della scenografia e dei costumi si consuma la cupa e subdola tragedia della noia, di quel "vuoto disperato" che è dentro April, così come in Frank, e non intorno a loro.
La stessa noia che negli anni in cui è ambientato il film spinse la trentaduenne casalinga "disperata" Marie Grace Metalious a scrivere I peccati di Peyton Place, ennesimo ritratto di quella società borghese americana che cerca di nascondere e sopperire lo sporco sotto al letto, per difendere le apparenze.
April, come una moderna Madame Bovary o Anna Karenina, soffocherà sotto il peso schiacciante dell'ennui, vinta dalla pesante e ingannevole maschera che la recita della vita le ha imposto.
Il film ci ripropone il trio DiCaprio-Winslet-Kathy Bates, che a distanza di undici anni da Titanic sono pronti a naufragare di nuovo.
Per la Winslet è la prima volta ad essere diretta dal marito Mendes, entrambi provengono dal teatro sperimentale inglese, e, più precisamente, entrambi provengono dalla stessa città, Reading.
Anche stavolta, com'era già successo dieci anni fa per American Beauty, la colonna sonora è composta appositamente da Thomas Newman, che qui ci riporta a sonorità e immagini degli anni '50, e anche stavolta la formula persuasiva del "Look closer", emblema del film d'esordio, potrebbe essere calzante, forse doverosa.
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