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Moon

Moon

Sarà una curiosa coincidenza, ma negli ultimi mesi le suggestioni mediatiche legate allo spazio ed al fascino delle profondità siderali sembrano arrivare tutte insieme, da paesi, codici e media diversi. Poco tempo fa abbiamo apprezzato, qui da noi, il pregevolissimo Cosmonauta. Negli USA, oltre al recente Planet 51 al cinema, sta spopolando in tv un nuovo dramedy seriale dedicato ad un gruppo di astronauti e alle loro vicende personali (Defying gravity). Persino in Giappone, proprio di recente è stato annunciato l’adattamento animato di uno dei capisaldi della fantascienza illustrata nipponica: 2001 Nights, un’opera dallo spessore e dall’ispirazione senza dubbio kubrikiani.

Si inserisce perfettamente in tale ideale percorso trasversale questo gioiellino , Moon. Stupisce pensare che si tratti di un’opera prima, per la sua solidità strutturale e per la delicatezza del tocco registico. Il volto sdoppiato di Sam Rockwell - apparentemente poco “astronautico” ma nel corso del film sempre più convincente – regge praticamente quasi da solo il peso della pellicola, restituendo un’angoscia crescente. I toni bianchissimi e asettici degli interni, tipici dei viaggi spaziali più realistici, esasperano il clima di alienazione e di progressiva (presunta?) perdita di lucidità che fa da filo conduttore all’intera vicenda. Persino le ambientazioni lunari, lungi dall’avere il piacevole ed eccitante fascino dell’ignoto, accentuano sapientemente la totale, afona e solitaria meccanicità del compito assegnato al protagonista: estrarre periodicamente l’Elio-3 – nuova e salvifica fonte energetica – dalle centraline terrestri poste sul lato “oscuro” della luna.

Oltre ai modelli di riferimento più  evidenti e “sacri”, come Kubrick e Tarkovskij, ci sono tracce dell’alienante e malinconico L’Ignoto spazio profondo di Herzog, con la sua metafisica della solitudine e dell’abbandono. Il tema stesso della clonazione e della perdita/espansione della propria identità è caro alla fantascienza più classica e contemporanea: i due esempi cinematografici più evidenti sono, in questo senso, Il sesto giorno e il più recente The Island. C’è qualcosa persino del poco fortunato ma interessante Mission to Mars di Brian De Palma, per lo meno per ciò che concerne la difficoltà di affrontare l’isolamento assoluto in una situazione di persistente ed apparentemente irreversibile lontananza dal proprio pianeta.

Da apprezzare, infine, anche l’interfaccia “emoticonica” - sempre appropriata - dell’inquietante emulo di HAL 9000. Quasi beffardamente profetica se si pensa all’evoluzione comunicativa virtuale tra i più e meno giovani, via web e non solo.

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