Un film sulla corruzione, sulla prepotenza, sull'onore e sulla vendetta in un'anomale cornice del genere d’azione americano.
Lui è nell’immaginario romantico di quasi tutte le donne di questo pianeta con il nome di Maverick, il protagonista di Top Gun (1986), lei è definitivamente entrata nelle caste fantasie erotiche degli amanti della pellicola con la commedia Tutti pazzi per Mary (1998) per trasformarsi due anni dopo in un “angelo” con la pistola in mano con Charlie’s Angel (2000). Era inevitabile che due così, incontrandosi in uno spy movie, lo trasformassero in una commedia romantica ibridata a uno shoot ‘em all. Tom Cruise e Cameron Diaz (che si erano già trovati a recitare fianco a fianco in Vanilla Sky) possiedono una innegabile vocazione per entrambi i generi: fisici asciutti e pronti all’azione, sorrisi sfavillanti, movenze sensuali, sanno maneggiare una pistola e lasciarsi andare a effusioni molto hot, magari nella stessa scena. Così, inevitabilmente, il film funziona alla perfezione, scorrendo rapido per quasi due ore anche grazie all’abile regia dell’eclettico James Mangold (di cui ricordiamo le ottime prove di Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line, Ragazze interrotte, Quel treno per Yuma).
Dopo aver prodotto e scritto alcune puntate della serie televisiva Dead Last, prodotta dalla Warner Bros, Patrick O’ Neill esordisce alla sceneggiatura cinematografica ripercorrendo una strada già ampiamente battuta: una donna affascinante e vagamente ingenua si trova suo malgrado coinvolta in un grosso intrigo e con rapidità impressionante si trasforma dalla Barbie della porta accanto in una Nikita bionda, trovando ovviamente il tempo di far perdere la testa all’agente segreto di turno. Tra FBI, narcotrafficanti e un giovanissimo scienziato nerd interpretato dal bravo attore emergente Paul Dano (Juno, Little Miss Sunshine), c’è spazio per una commedia degli equivoci da manuale in cui tutto ciò che accade può essere
rapidamente rovesciato e visto attraverso una diversa prospettiva, strizzando continuamente l’occhio alla complicità dello spettatore. Il rincorrersi di gag e situazioni ad alto tasso di adrenalina non permettono di fermarsi a pensare e anche la love story, sebbene sia nell’aria fin dalle prime scene, si ritaglia il suo spazio tra una sparatoria e un aereo che precipita: “La cosa che mi ha colpito nella vicenda di Roy e June è che è tutto filtrato attraverso il prisma dell’azione.” Afferma Tom Cruise, confermando quanto la sceneggiatura fosse nelle sue corde, e aggiunge: “La sfida per me a Cameron, e anche il divertimento, era di trovare il modo per rivelare i nostri personaggi nel mezzo di un episodio frenetico o una sequenza pericolosa, e mostrarli mentre iniziano a emergere meglio l’uno dall’altra, il che rappresenta la forma di romanticismo più assoluta”.
Innocenti bugie è un film spudoratamente mainstream, palesemente costruito intorno alle figure dei due attori protagonisti, rumoroso e godibilissimo: da non disdegnare per una serata di divertimento disimpegnato.
Un film spietatamente onesto. Spiazzante. Tanto più perché si tratta di una storia vera, raccontata con grande sincerità e senza un briciolo di retorica eroica da colui che ha vissuto in prima persona un’esperienza drammatica come l’attentato a Nassiriya del 2003.
Sette anni fa Aureliano Amadei (nella finzione interpretato dall’intenso Vinicio Marchioni) era un ventottenne come tanti altri, con il solito lavoro precario, l’amore precario e tutto il resto. Figlio di due ex-hippie che avevano deciso di mettere su famiglia, era un anarchico e un antimilitarista e passava le giornate ragionando di politica nell’habitat protetto dei centri sociali. L’ultima persona che si sarebbe mai potuta immaginare sul campo militare in Iraq, l’ultima persona che avrebbe desiderato immaginare se stessa in quei luoghi. Eppure la vita è dotata di una certa ironia, così Aureliano, che era un aspirante attore/film-maker, fu invitato dal regista Stefano Rolla a prendere parte alla lavorazione di un documentario sul contingente italiano in Iraq. È bastato il tempo di 20 sigarette (da cui il titolo del libro prima e poi del film), perché il protagonista si trovasse nel bel mezzo dello storico attentato a Nassiriya.
Basterebbe la trama, così paradigmatica e allo stesso tempo così perfettamente romanzesca, a rendere il film interessante. Basterebbe sapere che è tutto vero. Invece, Amadei fa molto di più e ci regala un’opera impeccabile dal punto di vista formale, in cui le scene d’azione non hanno nulla da invidiare al cinema di guerra statunitense, concedendosi qualche subitanea (ma mai fuori luogo) virata verso l’horror. Già così avremmo avuto di fronte un grande esempio di cinema, ma il regista ha voluto aggiungere ancora qualcosa: la sua caustica ironia, l’umorismo pungente di chi non si accontenta mai di farsi imporre un’idea. Così il racconto di una tragedia personale e collettiva viene fatto con un sorriso a mezza bocca e, nonostante avverta incombere la tragedia, anche lo spettatore non può fare a meno di ridere per la leggerezza del protagonista e per le sue trovate buffonesche. Questa atmosfera stempera il senso d’angoscia generato dal tema del film e allo stesso tempo crea un doppio filo tra una parte e l’altra dello schermo, rendendo l’identificazione istintiva, immediata, totale.
Chiunque può sentirsi chiamato in causa dalla storia di Aureliano Amadei: non solo perché si tratta di una vicenda storica molto vicina nel tempo e nello spazio, una ferita nazionale mai rimarginata e nemmeno realmente elaborata, ma anche (soprattutto) perché il film riesce a mettere in primo piano i sentimenti universali come l’amore, il rapporto con la propria famiglia d’origine, l’amicizia. “Venti sigarette è il frutto di una lunga elaborazione dell’esperienza più atroce della mia vita, nel tentativo di trarne qualcosa di costruttivo.” Afferma il regista, che aggiunge: “Una tale elaborazione comprende tutti gli aspetti dell’esistenza e mi spinge a raccontare, oltre all’attentato in sé, la persona che ero prima, la persona che sono ora , l’umanità che ho incontrato in questa avventura, i sentimenti.”
20 Sigarette, un esordio bello come capita molto di rado, era a Venezia nella sezione Controcampo Italiano ed è stato meritatamente premiato dalla giuria presieduta da Valerio Mastandrea. Uno sguardo imprescindibile su un pezzo di storia recente che è ancora una frattura inscritta nelle vite di troppe persone; Amadei è capace di fondere il pragmatismo che deriva dallo scontro di realtà e ideali e la lucidità di chi ha ancora la forza che serve per fare anche ironia su un passato traumatico.
New York. In un bar del centro un ragazzo incontra una ragazza e si accorge che non è come tutte le altre, così il suo impenitente disimpegno emotivo si trasforma nel desiderio di una relazione stabile e monogama. Succede tutti i giorni a tutte le latitudini e in tutti i fusi orari, ma cosa succede se dopo sole sei settimane la relazione diventa un amore a distanza per via degli inconciliabili impegni professionali? E se la distanza è New York/San Francisco (stiamo parlando di sei ore d’aereo circa)?
Questa situazione colma di potenziali disastri, equivoci e momenti di tenerezza e travolgente passione è il soggetto della prima commedia di Nanette Burstein, già candidata all’Oscar per il documentario sul pugilato On the Ropes (1999). Ed è proprio seguendo la scuola del documentario che la regista americana decide di approcciarsi alla realizzazione del film Amore a Mille... Miglia: lascia agli attori lo spazio per improvvisare, si sforza di raccontare la storia e i personaggio con realismo e sfrutta la passione tra i due attori protagonisti, Drew Barrymore e Justin Long (rispettivamente Erin e Garrett nel film) che nella vita sono fidanzati, lasciando loro libertà d’azione sul set per rappresentare le scene idilliache delle prime settimane passate insieme. Proprio per questa ricerca di realismo a tutti i costi il film si è meritato la R dalla MPAA, che ne ha limitato la fruizione ad un pubblico adulto. Tra le motivazioni vi sono la presenza di scene erotiche (piuttosto soft a dire il vero), il consumo di droghe e, soprattutto, l’uso di un linguaggio estremamente esplicito: “Volevo dirigere
un film che fosse il più realistico possibile, anche a costo di sentire dire parolacce” dice la Burstein e, in effetti, è subito chiaro che non vi siano state molte remore e censure in questo senso. I dialoghi sono caratterizzati da allusioni sessuali e doppi sensi veramente spiazzanti e comunque un po’ oltre la soglia media di tolleranza; persino le gag più riuscite seguono la stessa falsariga. In questo i protagonisti sono degnamente appoggiati da alcuni personaggi secondari che sono macchiette fantasiose molto ben caratterizzate: la sorella di Erin, interpretata da Christina Applegate, una quarantenne con la fissa dell’igene, classica casalinga e madre di famiglia di provincia e, soprattutto, i due migliori amici di Garrett, Dan (Jason Sudeikis)e Box (Charlie Day) protagonisti di momenti esilaranti e pecorecci.
È palese che gli attori e i realizzatori del film si siano divertiti e, nonostante la sceneggiatura non brilli per originalità (svolte, momenti di caduta e lieto fine sono alquanto prevedibili e piazzati ad arte), il film funziona molto bene perché fotografa con intelligenza la situazione di tanti thirty-something divisi nell’eterna lotta tra amore e carriera. Seguendo un po’ la scia della serie Sex and The City la sceneggiatrice Geoff LaTulippe adopera realismo, spudoratezza e umorismo in una ricetta romantica, ma non appiccicosa: il mix ideale per divertire il pubblico maschile ed emozionare quello femminile (e anche viceversa).
L’estate è una stagione ad alta concentrazion
e di testosterone, perlomeno al cinema: così dopo l’A-Team ecco arrivare sul grande schermo una nuova squadra speciale che viene messa fuori gioco dal malvagio agente della CIA del caso. Va da sé che il cattivo in questione abbia tutti i mezzi tecnologici ed economici per mettere alle strette la squadra dei buoni, che potranno contare esclusivamente sul proprio ingegno e sull’appoggio dell’intrigante Aisha (Zoë Saldana, che ha di recente interpretato Avatar e Star Treck), che li assolda per sconfiggere il nemico comune. Rispetto al team guidato da Liam Neeson cambia la matrice, non più la televisione, ma una serie di fumetti editi dalla DC Comics, ma non cambiano di molto né lo spirito né la ricetta. The Losers è uno shot ’em all condito con grossolane risate e qualche scena bollente con la sexy ed energica Aisha: un film di onesto e scanzonato entertainment, l’alternativa cinematografica a una fresca birra con gli amici.
I Losers sono cinque uomini che vengono chiamati quando ci sono in ballo operazioni particolarmente rischiose. A capo della squadra c’è il sarcastico e ultra-macho colonnello Clay, interpretato da Jeffrey Dean Morgan (il Comico di Watchmen) particolarmente adatto a questo ruolo, come ha subito notato anche il regista del film, Sylvaine White, che ha visto l’attore presentarsi al provino in groppa alla sua Harley: “In quel momento ho capito che era lui.” Ha dichiarato. “Emana un’energia matura, molto cool, è un leader nato. Jeffrey è piacevole, disponibile, ma ha anche un piccolo lato oscuro che lo rende perfetto per il personaggio di Clay, che rimugina la sua ossessione di vendicarsi di Max”. Come contraltare di tanta mascolinità c’è Jensen (Chris Evans), il nerd del gruppo: esperto di informatica e vagamente infantile. Jensen è impacciato nel rapporto con l’altro sesso almeno quanto Cougar, il cecchino del team
interpretato dall’attore spagnolo Oscar Jaenada, è disinvolto, grazie al suo magnetico fascino latino. Continuando a giocare sui contrasti scopriamo gli altri due soldati: il cane sciolto della squadra, Roque (Idris Elba), minaccioso e impulsivo addetto agli esplosivi e all’artiglieria pesante, e Pooch, interpretato da Columbus Short, che nel descrivere il proprio personaggio afferma: “La moglie di Pooch sta per avere un bambino e lui vuole tornare in tempo per vederlo nascere. Questo lo fa diventare il cuore del gruppo.”
La sceneggiatura, realizzata a quattro mani da Peter Berg e James Vanderbilt, sfrutta appieno il potenziale umoristico che deriva dalle aperte contraddizioni tra le varie anime del team. La regia esalta il ritmo della pellicola (non stupisce che White venga dal mondo dei videoclip e della pubblicità), reso frenetico dall’alternanza di esplosioni, motteggiamenti e scene ad alto tasso di sensualità. La buona riuscita del prodotto compensa la scarsa originalità del soggetto in un action-movie senza pretese in perfetto equilibrio tra ironia e machismo.
Ex abrupto, senza nemmeno i titoli di testa, inizia il mockumentary sull’esorcismo diretto dal tedesco Daniel Stamm – e così lo spettatore viene preso nel sacco

Dal 1958, quando per la prima volta apparvero nel Braccobaldo Show, Yoghi e il suo fedelissimo amico Bubu hanno continuato a intrattenere generazioni di bambini, che di solito sono rimasti incantati davanti alle avventure dell’orso di Jellystone fino all’età prescolare
“Non sono mai stato nei luogh
i descritti dal film Gomorra, ma vedendolo ho sentito il vero senso del luogo. Come in Gomorra, anche nel mio film l’ambiente di Bristol esercita una forte influenza sulle persone che vi abitano.” A parlare è l’attore, sceneggiatore e regista Ben Affleck, alla sua seconda regia con The Town, tratto dal romanzo The Town – Il principe dei ladri di Chuck Hogan presentato a Venezia fuori concorso. E aggiunge: “Gomorra mi ha influenzato molto a livello stilistico, nella realizzazione del film.” Il film di Matteo Garrone viene visto dal maggiore dei fratelli Affleck come un punto di riferimento nell’affrontare il tema della malavita nei quartieri degradati di Boston, ma non è l’unico, l’attore cita infatti anche Il padrino, ma poi afferma di voler tenere per sé i propri riferimenti.
L’altro giorno è stato presentato a Venezia anche il Vallanzasca di Michele Placido, che ha suscitato numerose e già ampiamente previste polemiche, dunque è stato inevitabile, considerando la vicinanza temporale e tematica delle proiezioni, che qualcuno gli chiedesse di dare una opinione sulla querelle. Il commento di Ben Affleck è stato molto equilibrato: “Naturalmente mi sono posto il problema di non glorificare un personaggio negativo ed è per questo che ho tentato di delineare un personaggio alquanto complesso, che non volevo né far apparire migliore, né semplificare. Ritengo comunque che le persone siano abbastanza intelligenti da capire perché si tratta di un film per adulti”.
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