Sepolto in una cassa di legno, senza sapere dove e come ci sia finito, con, in dotazione, un accendino, una matita e un cellulare impostato sull'arabo. Questo il brusco risveglio di Paul Conroy (Ryan Reynolds), innocuo e disarmato conducente di autotreni in Iraq. Sarà durante i 90 minuti che seguono che insieme a lui noi spettatori scopriremo perchè un uomo si trovi in una simile situazione, e scopriremo anche qualcosa della sua vita, di come potrebbe uscire. Grazie al cellulare si metterà in contatto con il suo rapitore (terrorista? “tu terrorizzato quindi io terrorista” gli dirà il carceriere per telefono) e con tutte quelle istituzioni che si immagina possano aiutarti in una situazione del genere. Ma il suo vero nemico si rivelerà la burocrazia, con momenti a tratti esilaranti nella loro intrinseca tragedia (immaginate per un attimo di ritrovarvi sepolti, con un cellulare...e spiegarlo all'operatore telefonico del 911 americano che, non sapendo cosa dire e quantomeno cosa fare, vi metta in attesa, o vi chieda insistentemente in quale parte del paese vi troviate...). Se infatti dopo i primi minuti di angoscia riusciremo a “respirare” nonostante sia chiaro che non riusciremo a vedere un po' di luce, è grazie ad una scrittura solida, un ritmo da commedia e un'interpretazione importante vista la scarsità di personaggi in campo (Ryan Reynolds, e basta). L'attore americano, sposato con Scarlett Johanson, è stato definito dal regista “uno Stradivari” dell'interpretazione, grazie ai continui cambi di registro interpretativo che ci regala nella pellicola. Se Hitchcock è il punto di riferimento del regista, l'Iraq e la guerra sono allora il suo
Mc Guffin: un semplice (quanto astuto, e credibile, e assolutamente contemporaneo) pretesto per giustificare una simile, spaventosa esperienza. E' davvero bravo il regista spagnolo, Rodrigo Cortes, a far vivere in 90 minuti la gamma di esperienze di un'intera esistenza: panico, disperazione, speranza, accettazione, senza mai cadere nella ripetizione o in punti morti. In conferenza stampa il regista ha tenuto a precisare che il ritmo del racconto segue quello di un film di commedia, o di avventura: il suo fine ultimo era quello di realizzare una pellicole (da altri ad Hollywood giudicata irrealizzabile) in un modo che potesse ricordare una specie di Indiana Jones in una cassa. In effetti il protagonista non si ferma un attimo, e pur essendo costretto da 4 pareti, la regia ci fa dimenticare a tratti dove ci troviamo,e il protagonista poi, che non si ferma mai, aggrappato com'è a risolvere il suo problema in appena 90 minuti, una partita di calcio tra la vita e una morte che ci ossessiona. La paura di esser sepolti vivi è ancestrale, e con essa gioca il regista, riuscendo a farci sublimare tale incubo grazie alla visione: “L'unico modo per sbarazzarmi delle mie paure è farci un film” diceva il maestro del brivido (del cinema tout court, direi, nel 2010), e per una volta vale anche per noi spettatori. Consiglio vivamente il film, andatelo a vedere anche, e forse soprattutto, se esser sepolti vivi è una vostra paura. E per godere di un film ben costruito, interpretato e diretto come non se ne vedevano da un po' di tempo.




