Fair game - Recensione

fair-game-homeValerie Plame è un'agente della CIA che lavora sotto massima copertura nella divisione Anti-Proliferazione, che sorveglia gli Stati inaffidabili affinchè non sviluppino programmi per ottenere armi nucleari. L'Iraq di Saddam Hussein è uno di questi? L'amministrazione Bush sta cercando alacremente prove per dimostrarlo e fabbrica un dossier falso in cui sostiene una connessione tra Iraq e Niger al fine di fabbricare l'atomica, ma Joe Wilson, ex ambasciatore statunitense in numerosi Paesi africani, sbugiarda il governo con un articolo sul New York Times. Sulla coppia si abbatte la vendetta degli uomini del Presidente, che svelano la vera identità della Plame su molti quotidiani di Washington, rovinandone la carriera e il ménage familiare.

"Si dice che la luce del sole sia il miglior disinfettante". Si fa un gran parlare negli ultimi tempi di "character assassinations" e macchine del fango che stanno invelenendo la già putrescente situazione politica italiana, ed ecco arrivare dagli Stati Uniti un esempio illuminante dei potenziali guasti che possono produrre le democrazie (?) mediatiche. La vera storia di Valerie Plame e di suo marito Joe Wilson, che interessò anche il nostro Paese (il falso dossier sui rapporti Iraq-Niger fu fabbricato di sana pianta da un ex carabiniere pregiudicato e ritenuto colpevolmente credibile dai nostri servizi segreti del SISMI, che trasmisero l'informativa alla CIA), è ora diventata un validissimo thriller politico diretto con sicurezza da Doug Liman, autore di quel "The Bourne Identity" che è uno degli action-movie con più sale in fair-game-slidezucca dello scorso decennio. Rifiutando di poggiarsi solo sulla straordinaria verve dei due protagonisti (Sean Penn, fin troppo a suo agio nella parte, e Naomi Watts di stordente e hitchcockiana bellezza), Liman dirige le operazioni con grande personalità, concedendosi qualche timida ed educata divagazione scorsesiana e assecondando un'ottima sceneggiatura (a firma dei fratelli inglesi Jez e John-Henry Butterworth) che non scade mai nella retorica. Rimane agli atti anche una certa sorpresa nel vedere la sicurezza dell'industria mainstream hollywoodiana alle prese con una materia ancora così viva e controversa. Uno di quei film talmente ben fatti da dare l'illusione che l'America sia davvero un grande paese.

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