
Un ragazzo e una prostituta a Copenaghen in una stanza d’albergo. Il film è una conversazione di settanta minuti in cui la macchina da presa si addentra e scava nel background di due sconosciuti che “diventeranno madre e figlio”, scuoiandosi a suon di riconoscimenti e confessioni sul proprio passato, la loro provenienza, l’infanzia, la famiglia e l’amore. Lùlù sulle prime ostile, dopo l’amplesso, accetta di restare ancora un po’ a parlare con Christian. La richiesta è insolita e pericolosa, ma presto scopriamo quanto sia stata scaturita dalla necessità per un ragazzo fragile, di condividere un dramma e di colmare un vuoto squarciante, quello causato da un abbandono. Macchina a spalla, inquadrature sporcate dalla progressiva complessità del dialogo, una spietata luce gialla diffusa, che contrasta con il buio della notte in tempesta dietro le tende. Dialoghi complessi, quasi psicanalitici, difficili da trasporre al cinema, nella sua dimensione reale e di verosimiglianza. Un esperimento che il giovane regista
Davide Sibaldi ha deciso di affrontare grazie alla carne e all’anima di due notevoli “animali da palcoscenico teatrale” resistenti al lavoro estenuante della recitazione per ore,
Pia Lanciotti e
Fausto Cabra. Perché le riprese sono avvenute in tempo reale, come tiene a specificare
Sibaldi. Scelte editoriali ambiziose in Italia in quanto atte ad incentivare i giovani talenti che propongono progetti sperimentali, europei, difficilmente sostenibili economicamente, data la difficoltà nella distribuzione di cui spesso c’è da accollarsi i costi.
L’Estate d’Inverno infatti è un piccolo film che sceglie un linguaggio claustrofobico quasi Lars Von Trieriano, non a caso la scelta della Danimarca, e si ispira a John Ford per l’essenzialità delle location