
Werner Herzog e David Lynch. Al solo sentire questi due nomi, i cinefili più raffinati già sviluppano una discreta acquolina. E all’idea di un progetto cinematografico che li vedesse coinvolti entrambi – il primo come regista e il secondo come produttore – si era profilata un’aurea epica in partenza. E’ nato con tali premesse questo curioso esperimento dal lungo ed arcaico titolo My son my son what have ye done?, approdato qui da noi in tarda estate - e ovviamente in una manciata di copie -. Ispirato ad una storia vera, il film mischia inevitabilmente temi ed ossessioni di entrambi i registi: il climax della follia, l’alienazione misticheggiante, la teatralità di scenari dal simbolismo fortissimo, i dialoghi arcani inframmezzati da lunghe pause ghiacciate, l’assurdità della violenza più cieca che esplode nei contesti apparentemente più tranquilli. E a proposito di quest’ultimo punto, verrebbe da affermare che c’è anche più di un pizzico dei fratelli Coen in quest’opera: la scena più cruenta e catalizzante di tutta la vicenda non viene rappresentata, com’era successo già in Burn After Reading, proprio perché ininfluente rispetto a qualunque tentativo moralizzatore finale. Persino la celebre battuta che da il titolo al film viene riportata da terzi in una deposizione successiva, e non la ascoltiamo direttamente dal personaggio che l’ha realmente pronunciata.
Sarà poi la dimensione di provincia, il gioco di sottrazione degli attori o la colonna sonora stranamente vicina alle sonorità delle musiche del nostrano Theo Teardo, ma durante la visione si ha quasi l’impressione di assistere ad una versione allucinata ed americanizzata dell’italianissimo La ragazza del lago, nonostante le differenze strutturali e di trama.
Ovviamente, tutto ciò non copre affatto gli elementi di originalità che questa pellicola indubbiamente traccia nella sua ora e mezza. Gli interpreti sono tutti molto bravi, in particolare i due attori feticcio dei maestri: l’herzoghiano Michael Shannon e la lynchiana Grace Zabriskie. E la narrazione procede in un gioco sottile che, pur alternando le suggestioni dei due geniali cineasti, crea un’alchimia inedita e vincente che riesce a convincere i fan di entrambi (o anche, semplicemente, il cinefilo sofisticato).
Da recuperare, vedere e rivedere almeno una volta in versione originale.




