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ratto dal romanzo dello scrittore inglese Martin Booth, “A very private gentleman” del 1990, il film diretto da Anton Corbijn, fotografo ritrattista di fama internazionale, è un thriller in cui più che l’azione contano le pause, più che i movimenti contano le inquadrature, immagini e silenzi colmi di una forte carica espressiva.
George Clooney è il protagonista, Jack, l’americano del titolo appunto: un killer professionista, abile artigiano e costruttore di armi sofisticate. Dopo una missione che si conclude con un esito inaspettato sullo sfondo dell’inverno scandinavo, Jack si ritrova catapultato in un piccolo paesino dell’Abruzzo, Castel del Monte, dove sembra iniziare a pensare ad una nuova vita mentre, al sicuro dai nemici, si occuperà di un nuovo incarico. L’incarico si chiama Mathilde, interpretata dalla versatile e poliglotta Thekla Reuten: per lei dovrà costruire un particolare fucile con silenziatore. Jack sembra però essere ad un bivio esistenziale: nel piccolo paesino, dove cerca di mantenere l’anonimato, Mr. Farfalla, così lo chiamano per il suo interesse verso questa categoria di lepidotteri (ne ha una tatuata alla base del collo) decide che quella sarà la sua ultima missione. Il suo è un agire defilato, le sue azioni poche e precise, gli incontri e le parole essenziali, ma le atmosfere malinconiche rese molto bene dal paesaggio e dalle ambientazioni, dalle inquadrature e la musica, rivelano con molta forza la sua ricerca di redenzione, come la definisce lo stesso sceneggiatore Rowan Joffe. Il rapporto con Padre Benedetto (Paolo Bonacelli) e con Clara, la prostituta di cui si innamora (Violante Placido) lo condurranno infatti ad una scelta, quella di mettere fine al passato, che si rivelerà però ben più difficile di una missione.
L’intrigo che vi è dietro la vicenda, il killer pedinato al soldo di qualcuno che forse non gioca pulito e la misteriosa committente dell’arma sembrano essere marginali ai fini della storia. Non c’è un obiettivo sensibile da perseguire o un intrigo internazionale di cui rimanere vittima, non si conoscono i dettagli del passato di nessuno dei personaggi, l’unico flashback mostrato è quello che riporta la memoria di Jack allo sfortunato esito della missione scandinava a cui lo spettatore ha assistito al principio, e che forse aveva segnato l’inizio di un cambiamento nel protagonista. Non c’è passato e non è chiaro a che evento futuro stiano partecipando i personaggi; sembrano solo rincorrersi, con pacata staticità, sullo sfondo di un piccolo paese abruzzese, i cui ritmi e la cui fisicità fanno da contrasto all’idea di trama d’azione che l’impianto della storia suggerisce. Gli inseguimenti sembrano poco credibili, molto più intense risultano le dinamiche relazionali. Jack sembra sempre distaccato ed emotivamente poco coinvolto eppure in Clara scopre una profonda affinità e la passione; il rapporto con Mathilde invece rivela insicurezza, sospetto, con Padre Benedetto poi condivide la consapevolezza di un passato che deve restare segreto. L’intento era quello di creare un thriller centrato sul personaggio principale con una trama lineare e forse anche grazie all’intesa tra Corbijn, Martin Ruhe (direttore della fotografia) e Herbert Groenemeyer (Musiche), con i quali il regista ha lavorato anche al suo precedente film Control e alla realizzazione di diversi videoclip musicali, il risultato, pur non senza sbavature, risulta abbastanza convincente.




