Mercoledì, 18 Agosto 2010 01:00

L'apprendista stregone - Recensione

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L'apprendista stregoneSbarca qui da noi in estate questa garbata e totalmente inoffensiva commedia a sfondo magico targata Disney. E dopo averla vista si intuisce anche il perché.

Per chi aveva a modello anche il più scialbo dei film di Harry Potter, la delusione potrebbe essere marcata. In realtà non è un brutto film, L’apprendista stregone. Ci sono un Nicolas Cage tutto sommato divertente, un Alfred Molina arcigno ed elegante e degli effetti speciali notevoli (seppur non spettacolari). Il vero problema è che ci sono anche molti elementi assai prevedibili, che conferiscono al tutto una fastidiosa aurea di già visto ed impediscono di offrire un prodotto anche solo lontanamente originale. Il giovane protagonista è scialbo sia da bambino che da adulto, e il suo percorso di formazione - infarcito di dialoghi ridicoli e di un umorismo fastidioso - non si allontana di una virgola da quello di dozzine di suoi predecessori magici e non, sia su celluloide che su carta. I personaggi di contorno sono stereotipati ed inconsistenti, dall’ingenua fidanL'apprendista stregonezatina d’infanzia casualmente ritrovata al poco credibile compagno di stanza (goliardico in una maniera del tutto disneyana). Simpatica la citazione classica de lle pulizie stregate con finale disastroso, ma probabilmente è l’unica scena davvero apprezzabile di tutta la pellicola. E dulcis in fundo, a chiudere un quadro già abbastanza modesto, una Monica Bellucci resuscitata – letteralmente – la quale non riesce a capovolgere l’effetto storicamente imbarazzante del suo auto-doppiaggio, sebbene il suo personaggio abbia in realtà solo una manciata di battute (Matrix Reloaded docet).

Alla fin fine però, non si può dire che il film non scorra. La banalità dello sviluppo non intacca il ritmo, e probabilmente non annoia un pubblico giovanissimo e senza pretese o riferimenti cinefili importanti alle spalle. Ma questo non basta a risollevare le sorti di una commedia fantastica che non emoziona come dovrebbe, e dove peraltro la metafora della magia non assume neanche lontanamente la valenza sociologica che ha avuto in film e saghe passate.

doppioschermo

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