Mercoledì, 02 Giugno 2010 13:17

Il tempo che ci rimane - Recensione

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Quando si dice che le parole non servono.il-tempo-che-ci-rimane

Ne Il tempo che ci rimane, il film che Elia Suleiman ha appena portato in concorso a Cannes, i dialoghi sono pochissimi, e tutti essenziali. Parlano estremamente di più i volti e i gesti quotidiani di una famiglia e di un Paese che da oltre sessant’anni convive con la guerra. E soprattutto parlano le inquadrature, tutte meravigliosamente costruite, spesso piani-sequenza dove è la vita a muoversi davanti a una cinepresa fissa e frontale. «Trovo che il silenzio sia molto cinematografico», ha detto il regista, «Il silenzio è una cosa meravigliosamente sovversiva».

È un film semiautobiografico, diviso in quattro episodi che attraversano diversi decenni, raccordati tra loro secondo particolarissime modalità, e basato, prima ancora che sui ricordi del regista, sui diari di suo padre, Fuad Suleiman (interpretato dall’affascinante Saleh Bakri), e sulle lettere inviate nel corso degli anni da sua madre ai parenti costretti a lasciare il Paese.

Malgrado tratti apertamente la questione dell’occupazione della Palestina da parte dell’esercito israeliano, partendo dalla resistenza del ’48 a cui ha partecipato anche il padre, Suleiman non è mai fazioso o scontato. È stato in grado, con una levità surreale e una semplicità quanto mai rare, di rappresentare la violenza di un conflitto senza mai mostrarla apertamente, ma in modo allusivo e poetico, «come una danza», nella quotidianità di una famiglia come tante e nelle espressioni della gente. Senza bisogno di ostentare autorialità (perché, come per tutti i veri autori, lo stile emerge da ogni minima scelta estetica), «con la speranza di non ottenere altro che il piacere del pubblico e una certa verità nel modo di girare. Se raggiunge questo scopo, il film diventa universale e il mondo stesso diventa Palestina».

Suleiman, che ha scritto per intero il film (sebbene suo padre sia stato una sorta di «co-sceneggiatore») e interpretato anche il se stesso adulto, silenziosissimo e malinconico, stralunato e ironico, come il Buster Keaton dei tempi migliori, riesce a dar vita ad un film davvero il-tempo-che-ci-rimane-secdivertente in cui la tragedia è sublimata dall’astrattezza umoristica delle sequenze: un vicino alcolizzato che tenta di continuo di darsi fuoco col cherosene, una vecchia zia quasi cieca che crede di vedere i suoi parenti in tv, un soldato che ripetutamente sbaglia strada davanti al popolato bar del paese, una pattuglia dell’esercito israeliano che, mentre intima il coprifuoco ai ragazzi di una discoteca palestinese, si lascia prendere al ritmo della musica, ogni scena è brillantemente costruita e mantiene allo stesso tempo qualcosa di epico, di solenne.

Lo stesso personaggio di Fuad, delineato con pochi tratti e pochissime parole, coraggioso e ostinato, laconico e generoso, condensa in sé tratti epici e spassosi, e diviene immediatamente familiare. Esattamente come la madre (interpretata nel corso dei decenni da Samar Qudha Tanus prima e da Shafika Bajjali poi), pragmatica e apprensiva come tutte le mamme, che una volta anziana ruba gelati di notte incurante del diabete e che col figlio adulto comunica solo a sguardi. Non scambiano nemmeno una parola. Non ce n’è bisogno.

doppioschermo

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