L’epilogo della fortunatissima trilogia Millennium, La regina dei castelli di carta, inizia esattamente dove terminava l’episodio precedente, complice anche il fatto che i tre lungometraggi sono stati praticamente girati uno di seguito all’altro, in circa un anno e mezzo di riprese, con gli stessi attori e pressoché il medesimo cast tecnico. A cominciare dal regista, Daniel Alfredson (che ha diretto solo gli ultimi due episodi), ritroviamo tutti i personaggi come li abbiamo lasciati, prima tra tutti la bravissima e intensa protagonista Noomi Rapace, ancora nei panni dell’introversa e geniale hacker cyberpunk, e poi Lena Endre (Erika Berger), e Annika Hallin (Annika Giannini). Questo, come ha dichiarato Michael Nyqvist, (Mikael “Kalle Dannato” Blomkvist) ha avuto in parte lo scopo di restare il più possibile concentrati sullo spirito della serie, su quel mondo complesso e corrotto creato da Stieg Larsson, e in parte quello di sfruttare il successo, soprattutto scandinavo, del primo episodio, Uomini che odiano le donne.
Lisbeth Salander infatti, sopravvissuta ad una pallottola al cervello e alla successiva frettolosa sepoltura con cui si era chiuso La ragazza che giocava col fuoco, viene portata all’ospedale insieme al padre, il pericolosissimo disertore sovietico Zalachenko, anch’egli miracolosamente vivo dopo i colpi di ascia inferti dalla figlia. Da questo momento hanno inizio una serie di manovre attuate da una parte
dalla “Sezione”, per mettere a tacere chiunque fosse a conoscenza dell’esistenza di questo ramo autonomo e criminale dei servizi segreti svedesi, e dall’altro lato della barricata da Blomkvist e dall’intera redazione di Millennium, per far finalmente luce sui fatti e provare quante violazioni abbia subito la vita di Lisbeth.
Come per gli episodi precedenti, trasporre cinematograficamente la complessità, sia di struttura sia di impianto morale, di uno dei casi editoriali più stupefacenti degli ultimi anni non può dirsi un’operazione del tutto riuscita: malgrado una certa attenzione per la messinscena ed alcune inquadrature ben costruite, lo stile di Alfredson spesso è freddo e poco personale, così come la fotografia e il montaggio, con il risultato di rendere la vicenda una sorta di mix tra un film giudiziario e il topos dell’orfana tormentata dal proprio tutore. Ugualmente è godibile e piuttosto avvincente, soprattutto per la particolarità del personaggio di Lisbeth. Forse era inevitabile che gran parte della cornice sociale e politica delineata da Larsson andasse perduta, così come l’intensa critica ad una società degenerata, ma per gli appassionati lettori dello scrittore svedese non sarà così immediato appassionarsi altrettanto all’adattamento cinematografico, anche se saranno inconsciamente in grado di colmare le lacune del film.
Voci non ufficiali parlano già di un remake americano, probabilmente diretto dal David Finch di Seven e Fight Club.




