Ancor prima di essere una commedia politicamente sc
orretta sull’ebraismo europeo, ‘Simon Konianski ’ è un film sulla crisi. La crisi familiare ed economica che porta Simon a tornare dal padre e quella ideologica che banalizza le prospettive storiche, riducendo gravi offese come “razzista” o “nazista” a delle semplici imprecazioni, snaturandole dal contesto orrorifico a cui appartengono.
‘Simon Konianski’ non è un capolavoro e, probabilmente, è stato un po’ sopravalutato dalla critica che voleva farlo il nuovo ‘Little miss Sunshine’ condito con il meglio di ‘Ogni cosa è illuminata’. Malgrado alcune pregevoli intuizioni registiche, come l’inizio che ci mostra una schiera di palazzi anonimi così simili ai capannoni dei lager, o la sequenza nel campo di Majdanek che, per un attimo, rievoca le immagini del capolavoro di Resnais ‘Notte e Nebbia’ , l’opera di Micha Wald non riesce ad approfondire il conflitto tra instabilità e sicurezza che caratterizza lo scontro generazionale tra Simon (Jonathan Zaccaï) e il padre Ernest (Popeck) e si sofferma sull’analisi del contrasto ideologico politico tra due generazioni che hanno una visione distorta della propria storia, rifiutandosi di riflettere sull’essere umano prima che sull’essere ebreo. Indubbiamente il repertorio di personaggi con cui Wald condisce il film risulta divertente e, sebbene alcuni vengano troppo poco approfonditi e troppo caricaturizzati, Zio Maurice (Abraham Leber) è davvero straordinario con il suo travestimento alla Ispettore Clouseau così come il piccolo Hadrien (Nassim Ben Abdeloumen) a cui il film affida la speranza di un futuro migliore (o meglio di un migliore rapporto con la propria storia).
Probabilmente conquistati dalla felpa con su scritto “Baghdad” (con in bella vista un noto logo d’abbigliamento) alcuni critici hanno azzardato un paragone con i fratelli Cohen e con Woody Allen, ritengo inopportuno esprimermi in merito ma voglio confessarvi che durante la visione di ‘Simon Konianski’ pensavo con nostalgia ad una frase di un film (neanche tra i migliori) di Woody Allen e a come quella frase mi avesse divertito più del film di Wald. Chiudo lasciandovi con quella frase: “Ero di fede ebraica. Ma poi mi sono convertito al narcisismo” (Sid Waterman/ Woody Allen ‘Scoop’ 2006).




