Giovedì, 13 Maggio 2010 22:48

Adam - Recensione

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adam1“Io non sono Forrest Gump!”, esclama il protagonista dopo aver ricevuto in dono dei cioccolatini. Un’autoironia testuale che è anche una evidente dichiarazione di alterità rispetto ad uno degli eroistupidi più dolci e amati dell’universo cinematografico.

Max Mayer, alla sua seconda regia – e sceneggiatura - cinematografica, confeziona un piccolo dramedy sofisticato ma dal tocco leggero, che riesce a commuovere e divertire senza forzature (e senza la necessità di bilanciare a tutti i costi i due effetti). Bellissima la colonna sonora, bravissimi i due personaggi principali e deliziosa la scrittura, che rende questo Adam un perfetto rappresentante del miglior Sundance Festival, del quale è risultato effettivamente vincitore nell’edizione del 2009. Lontano dagli eccessi più marcati del bla-bla movie intellettuale, tanto di moda fra i film indipendenti, il film si rivela una sorpresa gradevole e quasi anacronistica, in un momento in cui persino la commedia tende a spingere sempre più i propri toni sul sarcasmo o sull’umorismo nero post-Dr.House.

Hugh Dancy nella parte del complessato protagonista è davvero fenomenale, e riesce a restituire il disagio relazionale di Adam con una serie di tic e accorgimenti assai credibili in una performance attoriale se non documentaristica per lo meno molto verosimile.

Probabilmente, almeno nella prima parte del film, il nervoso e compulsivo protagonista ricorda alcune figure vagamente dissociate e socialmente problematiche dell’universo cinematografico e seriale. In primis, il Barry Egan di Adam - che coincidenza! - Sandler in Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson e l’irresistibile Sheldon Cooper del telefilm cult The big bang theory(ovviamente, con motivi e registri molto diversi). Nella seconda parte invece, quando viene rivelata la fonte delle stranezze di Adam nella serissima sindrome di Asperger, la caratterizzazione che ne emerge si fa sempre più personale e vive definitivamente di una (dolcissima) dignità propria.

Probabilmente fa sorridere pensare che la maggiore passione-ossessione di Adam sia proprio il cosmo, archetipo del fascino notturno e argomento di suggestiva presa romantica, e che il suo impacciato approccio iniziale sia quasi completamente controbilanciato dalla forza allegorica di un planetario da stanza. Ma del resto, se anche gli spettatori subiscono questo incanto senza sentirsi nemmeno un po’ presi in giro, vuol dire che evidentemente – cinismo a parte -, anche se sarebbe ingenuo ammetterlo, sentono la mancanza del cielo stellato. O conoscono (e ricordano) bene la potenza della sua osservazione, e ne rimpiangono la sempre più crescente occasionalità in età adulta. Non autismo siderale, bensì invidia e frustrazione metropolitane.

Anche in questo caso – come si dirà simbolicamente nel film – il re è  nudo. E non è il fou.

doppioschermo

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