Alain Resnais, alla soglia dei novant’anni, torna a parlarci dell’amore e delle sue contraddizioni col suo stile colto e inconfondibile, in un film dall’alto contenuto filosofico tratto dal romanzo L’incident, di Christian Gailly .
George, un uomo all’apparenza normale, si ritrova a sviluppare un’ossessione amorosa per Marguerite, una donna mai conosciuta di cui ha trovato il portafoglio. Un incidente, una semplice casualità, un banale accadimento quotidiano, ma comunque in grado di sconvolgere l’io di quest’uomo, il cui desiderio non conosce freno nemmeno di fronte alle più semplici barriere sociali. Anche se consegnerà il portafoglio alla polizia, cercherà di contattarla, di sapere tutto di lei, di parlarle o di scriverle superando la propria timidezza, arrivando persino a tagliarle le gomme dell’auto. Dopo una iniziale riluttanza a conoscere l’uomo, nemmeno la donna può fare a meno di sviluppare una propria e personale ossessione, scombinando la sua vita e il suo ordine.
La trama, che potrebbe benissimo essere quella di un dozzinale melodramma, è arricchita però, oltre che dai dialoghi efficaci di Gailly, dalla personale visione del mondo di Resnais, mai precisa o definita ma sempre fluttuante e aleatoria, il quale gioca spesso con l’incongruenza mistica della propria narrazione.
La luce, ancor prima delle azioni, diviene l’anima della vicenda, ciò che muove e sottolinea l’interiorità dei personaggi e delle loro passioni. Grazie a una fotografia onirica, a prevalenza di luci al neon – rosse, azzurrine o verdi – la vicenda acquista una dimensione magica ed eterea come lo sono i desideri dei protagonisti, che si lasciano portare da un’ossessione tanto in
spiegabile quanto lo è quell’erba – in francese il titolo sarebbe “Le erbe folli” – di cui vediamo spesso degli scorci, cresciuta sempre tra l’asfalto o tra la roccia. L’amore, si potrebbe dire, acquista valenza di dogma, surclassando le barriere comportamentali e l’ordine della vita. Ed è proprio così che spunta quella pazzia, quell’irragionevole bramosia di conoscere una persona estranea, di averla, come irragionevole è l’erba che spunta dal cemento.
Resnais, non meno dello spettatore, sembra farsi suggestionare da quell’anarchia che a volte prende il sopravvento nella vita delle persone. Oltre a voler mettere in scena il mondo interiore degli amanti – come ad esempio quell’istintivo e fanciullesco desiderio di volare – ci viene anche spontaneo pensare a come sia impossibile spiegare razionalmente il desiderio e le sua combinazione con la vita. Infatti, se all’inizio è George quello titubante e indeciso, i ruoli si capovolgono inspiegabilmente, proprio come un’altalena spinta dal caos che governa i loro cuori.
E le erbe rappresentano, oltre a una naturale suggestione, un collegamento diretto con l’interno più viscerale dei personaggi, un po’ come le meduse in Parole, parole, parole o la neve in Cuori.
La scintilla della pazzia, a danno della monotonia della vita e delle convenzioni sociali, è in definitiva la sola in grado di spiegare l’amore.




