Un ragazzino di sette anni alle prese tra dramma edipico e circolarità junghiana: ovvero finalmente un thriller italiano! Genere poco frequentato nel cinema nostrano, il thriller psicologico di Felice Farina va ad esplorare il mondo interiore di un bambino per arrivare alla conclusione che i mostri sono gli adulti, e che se un bambino sbaglia la colpa è dei genitori. Unico problema: la ragione finale, motore delle azioni del bambino, non convince e rovina la pellicola. Grande rammarico per un film che fino all’ultimo è una buona prova, sia registica che interpretativa. Felice Farina ha curato personalmente gli effetti speciali, ha combattuto per far uscire il film nonostante i disastri che sono seguiti al girato (casa di produzione fallita, riacquisizione da parte del regista della pellicola finita nel tribunale fallimentare, sette anni in tutto di problemi distributivi) e ha condotto bene gli interpreti della pellicola, strappando dal comico Paola Cortellesi e Claudio Amendola, plasmando Stefano Dionisi in un commissario di polizia fuori dai canoni e dirigendo il piccolo Lorenzo Vavassori per la prima volta sullo schermo. Il piccolo Lorenzo, orfano di padre, vive con la madre in riva ad un lago. Quando improvvisamente lo zio Claudio appare il piccolo inizia a sentire un disagio che cresce fino a trasformare il desiderio di eliminarlo in azione. I meccanismi entrati in atto nella mente del piccolo sono esplicitati dalle immagini e dalla storia che vediamo sullo schermo, in una confusione tra realtà e immaginazione che rimanda ad una soggettiva dello sguardo sul mondo del ragazzino. In tutto questo, l’acqua in una accezione negativa: fa riemergere qualcosa di rimosso, ricordi o proiezioni mentali che preparano la spiegazione finale. Che però non convince affatto. “Valore simbolico” ci viene detto in conferenza stampa, quindi dobbiamo accettarlo per quello che è: il racconto sotto forma di thriller psicologico del mondo dell’infanzia. Scopriamo anche che il
racconto si è sviluppato gradualmente, il “genere” è arrivato dopo, durante l’elaborazione, cio’ che interessava al regista e agli sceneggiatori (oltre a Farina anche Mauro Casiraghi e Eleonora Fiorini) era la possibilità di rappresentare il viaggio della coscienza, intersecando differenti piani di realtà. “L’umidità è legata alla coscienza”, anche se la coscienza è quella di un bambino di sette anni, per antonomasia puro e al di fuori di certi meccanismi più adulti. La comprensione della realtà nel bambino è fuori fase, strano davvero visto che lo stesso bambino, anni prima, avrebbe invece “compreso” tutto ciò a cui aveva assistito. Ma nonostante questa falla il film è interessante, ne consiglio la visione, suggerendo però allo spettatore un approccio passivo che accetti tutto cio’ che viene presentato sullo schermo, senza troppe domande o spiegazioni.




