“Neanche più gli angeli si fanno più vedere. Dio alzati, un rifiuto deve parlarti”. È il rap turco del film ‘I gatti persiani’ a richiamare a gran voce il diritto dell'Iran di avere musica, sogni e speranze. Un volto in primo piano che sceglie di togliersi la vita dopo aver sperato invano, inquadrature strette come l’essenza di una vicenda corale, falsamente adolescenziale.
Lascia il segno il senso crudo ma veritiero del film, che porta la firma di Bahman Ghobadi. Esce nelle sale il lungometraggio che ha ricevuto il premio speciale della Giuria al festival di Cannes, e che aveva fatto parlare di sè anche perchè alla genesi del film aveva partecita anche la compagna del regista, la giornalista irano-americana Roxana Saberi, arrestata con l'accusa si essere una spia, liberata dopo le proteste internazionali
Mai frammentario ma coeso nell’ascesa alla liberalità, I gatti persiani racconta al mondo occidentale e non solo, l’aspirazione internazionale dell’ex Impero persiano. Due giovani musicisti scelgono di scegliere nuovi talenti per traghettare il proprio hindi–rock all’estero. Inizia così con il loro speranzoso Virgilio centaruro, made in Iran, la ricerca di un gruppo che è il segno di un modo sperimentale di contaminarsi e comunicare. Batteristi, chitarristi e voci da coro, in cerca di Festival londinesi & co, s’impadroniscono di scampoli di immagini, che hanno chiavi sempre nuove per raccontare l'Iran.
Dopo aver sperimentato la prigione, la giovinezza della coppia di musicisti intesse contatti, scivola nella realtà underground della Teheran
che vede, che parla, che sceglie. Il divieto diventa possibilità, il talento il passaporto per la credibilità. Anche quando tutto sembra incrollabile, la realtà parla per sé e spiega nel ritmo di un rap la crudezza dell’appartenenza ma anche l’amarezza di un presagio già scritto.
Ghodabi nella sua sceneggiatura intesse, con grande maestria, la crudezza dell’impossibilità di esprimersi. La censura a giovani musicisti che sono costretti a nascondersi tra il letame di una stalla, al rischio di contrarre l’epatite; al sottoscala di un concerto che diventa unico modo per raccogliere i liquidi per sostentare i propri sogni.
Corale la storia che si snocciola senza mai troppa fretta. Si concede al pubblico che gode delle gocce di una Teheran contesa, amata, sofferta e offerta.
Dai piani alti di uno stabile in costruzione, si staglia la chiave per comprendere le scelte di musicisti che da un lato non abbandonano il proprio destino e dall’altro se ne abbandonano, lasciando andare il proprio peso al senso di gravità, deciso da una finestra scavalcata o da un terrazzo da scavalcare.
Amaro l’epilogo di un film che nasce anche da due anni di difficoltà nel girare: dopo le autorizzazioni negate, Bahman Ghodabi sceglie una camera S12K “per non dipendere dallo Stato”.
Dopo tre settimane di immersione nel mondo underground di sogni e note, ecco a voi il vero Iran.




