Miglior sceneggiatura alla 66° Mostra del Cinema di Venezia, Perdona e Dimentica di Todd Solondz non delude affatto questo risultato. Proseguendo un discorso iniziato nel 1998 con Happiness tramite cui lanciava con una sconvolgente delicatezza, torbide provocazioni sulla natura umana, anche qui, già dalla prima scena veniamo catapultati in un grottesco, spiazzante universo in cui alla risata si unisce un sudore freddo. Sensazioni stridenti che pochi film riescono a provocare. Alla fine ci si chiede a quale riferimento possa far capo questa storia, quali analogie con altri autori, quale genere. Probabilmente American Beauty di Sam Mendes, oppure torna alla mente un certo gusto Coheniano alleggerito però, dell’elemento splutter di omicidi e sangue.
Siamo negli Stati Uniti: Florida, New Jersey, Los Angeles. Entriamo capillarmente, attraverso le vite di tre sorelle, nelle conseguenze devastanti di un’ umanità confusa e spietata, frughiamo tra gli “scarichi” della società contemporanea occidentale dominante. Joy (Shirley Henderson) lavora come educatrice in carcere. E’ sposata con Allen (Michael Kenneth Williams), un ex detenuto che nonostante un grande sforzo per redimersi, non ha però superato un “problemino”: è in maniera incorreggibile un pervertito! Allora Joy decide di partire, di far visita alle sue sorelle, per riflettere, evadere. Ritroviamo Trish (Allison Janney), una donna alle prese con tre figli e un passato da dimenticare: l’ex marito Bill (Ciaràn Hinds) è in carcere per il reato di pedofilia, ma la versione ufficiale, soprattutto per i suoi due figli più piccoli, è che sia morto. Sembra però che frequentando Harvey(Michael Lerner), la vita per Trish possa tornare ad essere normale, si possa ricominciare. Tuttavia il passato riaffiorerà, perché l’operazione del dimenticare può
avvenire solo dopo un lungo processo di elaborazione e consapevolezza di ciò che è accaduto. Infatti confrontarsi con Trish, per Joy non sarà soddisfacente, troppo sbrigativo e inverosimile quell’entusiasmo di una rinascita. Helen (Ally Sheedy) invece è ad Hollywood, scrittrice di successo, si crogiola nell’idea di essere diversa, incompresa, tutta racchiusa in un talento che è infondo affascinante ritenere una condanna e che la lascia in fine, nella solitudine. Dunque, nessuna suggestione che possa sul serio spingere Joy a cambiare la sua vecchia vita, perseguitata da sensi di colpa materializzati in allucinazioni, arriverà troppo tardi a capire di non voler mutare il suo modo di essere.
Rispettando il principio secondo cui il comico è interamente retto dalla tragedia, come teorizzava Bergson, Solondz riesce a rappresentare tematiche serissime e delicate unite in una ironia nera, coinvolgendo in maniera geniale l’aspetto dell’infanzia ed il passaggio all’età adulta e l’età adulta stessa come un continuo processo di cicatrizzazione della ferita di se stessi. Cicatrizzazione tutta incentrata sui processi cruciali di perdono e dimenticanza.




