Giovedì, 01 Aprile 2010 19:13

Sul mare - Recensione

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sul-mareL'amore estivo di quelli che ti travolgono e lasciano il segno, proprio come la bella stagione. Il lavoro nero e le morti bianche, ironica e assurda contrapposizione di colori. Sul mare, settima pellicola di Alessandro D'Alatri, rappresenta un "nuovo esordio" per il regista romano. Lo ha sottolineato lui stesso, ma lo si nota facilmente dopo i primissimi campi lunghi e le magnifiche inquadrature della piccola e colorata Ventotene. D'Alatri che ci ha abituato alle storie della provincia italiana, rivelandoci scorci sempre nuovi del nostro "bel" Paese. Questa volta sceglie la piccola isola pontina, quella dalla doppia vita, estiva e invernale, che travolge tutti i suoi abitanti compreso il ventenne Salvatore. Lui stesso definisce la sua esistenza come quella di un "materasso". Dalla parte estiva i colori, i profumi e il caldo avvolgente dell'estare, con i turisti che affollano l'isola e portano allegria e nuove avventure. Dal lato invernale il grigio dei teloni che coprono le barche, il cielo nero e la pioggia che circondano l'isola vuota, perchè gli stessi abitanti per lavorare tornano sulla terra ferma. Da questa parte c'è anche il nero del loro lavoro, "stagionale" appunto, e per questo motivo quasi sempre "irregolare", in bilico su un'impalcatura, senza casco e protezioni.
Un film già definito, dagli altri, "antimocciano", perchè la storia d'amore di Salvatore e Martina (gli esordienti Dario Castiglio e Martina Codecasa) è travolgente e improvvisa, è di quelle che prendono allo stomaco e ti fanno perdere il sonno. Niente cioccolatini e frasi fatte, soltanto le onde e la natura incontaminata dell'isoletta pontina. D'Alatri preferisce definirlo un film "sui giovani". E "sui sentimenti" aggiunge la sceneggiatrice Anna Pavignano. Se il regista non fosse stato travolto dal suo libro, "In bilico sul mare", infatti, la favola di Salvatore e Martina, la storia dei tanti giovani isolani, e di tutti quelli che con il lavoro nero ci convivono ogni giorno, non sarebbe arrivata sul grande schermo. Per la prima volta D'Alatri utilizza la voce fuori campo, che contribuisce a rendere un tantino pesante la narrazione, ma lui stesso confessa "è stata la prima volta, e credo che la riutilizzerò solo tra altri sette film". Ad alleggerire il racconto ci pensano le note di La veritè, già destinata a diventare tormentone, magari proprio in spiaggia. Fragili e, a tratti, immaturi i due giovani attori. Una caratteristica che, però, si sposa perfettamente con quella dei due protagonisti, "vergini", proprio come i due esordienti, e ancora incapaci di "prendere decisioni".
La pellicola di D'Alatri, insomma, è una cartolina: bella e struggente nei suoi paesaggi, con un messaggio forte e attuale: "Loro fanno un lavoro nero, la morte però la chiamano bianca. E' sbagliato, bisogna trovare un altro colore". 

doppioschermo

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