Se qualcuno mai avesse desiderato un finale alternativo per
The Wrestler, un happy end che portasse in pareggio i conti con le umane debolezze, potrebbe trarre un messaggio riconciliante da
Crazy Heart. Stessa spirale autolesionista. Stesso endemico perdente, incapace di capitalizzare i successi. Stesso cuore pazzo, con la differenza che Bad Blake, contrariamente a Randy Robinson, dal precipitare fino a toccare il fondo con la punta del naso impara a galleggiare, così riesce a tenere la testa fuori. Bad Blake è un rider votato alla musica country, che ha vissuto troppi anni in giro per gli States del sud. Non ha stabilità nelle relazioni, né abitativa. L’unica certezza è una bottiglia di whisky economico.
Jeff Bridges lo impersona come un Dru

go Lebowsky transfuga dalla sua sede originaria, più rugoso e più incattivito con se stesso. A 57 anni, dopo tante donne e quattro matrimoni, e con un figlio ormai adulto che non vede da quando avevo quattro anni, si ritrova a proporre i suoi vecchi successi country a una platea di attempati nostalgici, gli avventori di bowling (un déjà vu?) e bar di terza categoria. Scivolando lentamente verso l’oblio, comincia a preoccuparsi seriamente non tanto per il futuro, quanto per l’impossibilità a mantenere le sue abitudini etiliche. La più forte delle sue pulsioni ha la meglio sull’orgoglio: aprire un concerto del suo delfino, Tommy Sweet (
Colin Farrell) davanti a un pubblico che neanche si ricorda chi sia? Tutto si può fare per i soldi. Il desiderio di cambiare arriva, come nel più classico dei casi, per amore di una donna: un concerto lo porta a Santa Fe, dove incontra Jean (
Maggie Gyllenhaal), giornalista e madre con un carico di delusioni alle spalle. Bad ha l’illusione di riuscire a prendersi cura di lei e del suo bambino, ma il suo corpo non risponde a nessun carico di responsabilità. E’ la fine della vita on the road, stordita dall’alcol, e l’inizio di una nuova maturità, affrontata per mano all’amico Wayne (
Robert Duvall). E’ l’arrivo di un epopea catartica, in cui le caselle sono disposte nel giusto modo: nella parabola discendente dell’autodistruzione interviene cliché narrativo della secondo chance. Il tutto è condito con una manciata di sana retorica americana, e con contorno di cultura popolare made in Usa. Il regista/attore Scott Cooper ha confezionato un film citazionista. Crazy Heart lo è fin nel midollo. A cominciare dalle panoramiche nei deserti di fuoco, che tanto sanno di western. Fino alle minuzie nelle movenze di un Bridges che celebra se stesso. E che a chi ha visto e rivisto i fratelli Coen non passeranno inosservate (la più divertente: la scena in cui Bad in preda alla nausea da alcol infila la testa nel bidone e poi ripesca gli occhiali da sole, così simile al quasi waterboarding nel wc all’inizio de
Il grande Lebowsky).