Domenica, 28 Febbraio 2010 01:00

Codice genesi - Recensione

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Codice genesi

Costato 80 milioni di dollari ed iniziato a girare quasi due anni dopo la firma sul contratto tra la Warner ed i fratelli Hughes, The Book of Eli rappresenta il ritorno sul grande schermo dell’opera dei gemelli di Detroit dopo circa 9 anni dal loro ultimo film (La vera storia di Jack lo squartatore).

In un mondo devastato, teatro post bellico, segnato da rapine ed uccisioni per la sopravvivenza e la depredazione, Eli (Denzel Washington) è il custode ed il traghettatore di un libro che rappresenta la speranza unica per la nuova umanità, in viaggio verso la quale il protagonista si trova a doversi difendere con efferata violenza dalla volontà di Carnegie (Gary Oldman), despota di un villaggio di razziatori, unico altro a conoscenza del potere di persuasione del libro-speranza. Affiancato nella fuga dal nemico dalla figliastra di lui, Solara (interpretata da Mila Kunis), ed aiutato da una divina forza della stessa matrice della sua fede il viaggio verso ovest dovrebbe terminare in un ipotetico luogo dove seminare i germogli della nuova civiltà.

Western postmoderno con ispirazioni divine, il kolossal non offre molti nuovi propositi al filone dei film del genere postapocalittico, semmai l’originalità è da trovarsi nella commistione dei generi con una forte tematica religiosa in cui non c’è il comune sogno di un luogo perduto e da ritrovare ma soltanto la consapevolezza di due individui, su quel che resta della terra, di dover riporre speranza nell’ultima Bibbia rimasta. Chi vive questo mondo , ad esclusione di qualche mèmore, è gente che ha dimenticato tutto di ciò che era prima e che non ha motivazione alcuna per uscire dallo stato rozzo e larvale in cui si trova, terreno fertile per le intenzioni di Carnegie di volersi impadronire di quell’ “arma che punta dritto alla mente ed al cuore……è già successo”. Di contro l’ultimo uomo di fede, di cui non conosciamo passato e solo il finale ci fornirà connotazioni maggiori, diverse e sorprendenti rispetto all’eroe conosciuto nel resto del film. Motore della trama strutturata su due ricerche: una collettiva l’altra personale ma entrambe imperniate sulla volontà di un ritorno alla fede perduta. E nonostante la impercettibile critica al potere della chiesa sui popoli, nelle citate parole del personaggio di Oldman, la fede viene vista come momento di ragionevolezza evidenziato dall’indossare occhiali da sole da parte di chi non conosce o non ha scoperto la parola, segno originale della parzialità religiosa del film.

Ad una fotografia che sembra tipica dei moderni videogiochi e che si rivela essere poco adatta alla maggior parte delle scene del film, si apprezza un ambiente sobrio classico dei paesaggi western ed una matura originalità nella tecnica dei registi, seppur qualche tratto di pellicola sembri essere prodotto forzatamente per una visione del film in 3D. Dei duelli si apprezza la maestria del protagonista, la sua divina fortuna, ma il coinvolgimento emotivo lascia spazio alla celere crudezza. Perfetta la sensibilità espressiva di Gary Oldman e buona l’amministrazione del personaggio da parte di Denzel Washington, a discapito di un mancato spessore nella caratterizzazione di Solara, alla quale forse non sono dati né modi né tempi sufficienti per esprimersi.

Il finale è un tutt’uno da vivere con stupore col cappotto già pronto per l’uscita rimanendo sorpresi oppure è astrazione da ciò che abbiamo visto sinora, da digerire ed apprezzare esteticamente immergendosi nell’ottica credenziale al film.

doppioschermo

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