Titolo: Nine
Genere: Drammatico, Musical
Cast: Daniel Day-Lewis, Marion Cotillard, Penélope Cruz, Judi Dench, Nicole Kidman, Kate Hudson, Stacy Ferguson
Data di uscita: 2010-01-22
Paese: Stati Uniti
Diretto da: Rob Marshall
Durata del film: 90 min.
Anno di produzione: 2009
Distrubutore: 01 Distribution
Sito ufficiale: http://nine-movie.com/
Trama in breve: Guido Contini, regista di mezz'età, sta cercando di completare il suo nuovo film. Oltre ad essere in piena crisi artistica e personale deve riuscire a gestire le troppe donne presenti nella sua vita: Luisa, sua moglie, Carla, la sua amante e Claudia, sua musa e protetta.
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Si entra al cinema ripetendo un mantra: “Non è un remake, ninete paragoni”. Si esce commentando: “Però Mastroianni...ma che c’entra le Folies Bergère? E tutte quelle sigarette!”. E poi “Dove sono il cappello e la sciarpa bianca?”, l’impronta del Contini-Fellini. Questo perché conoscendo l’archetipo quello che segue sembra imitazione dozzinale. Ma in realtà la disposizione d’animo migliore con cui andare a vedere Nine non è voler tradurlo in 8 e mezzo, ma godersi un po’ di canzoni e dolce vita. Solo così si esce dal cinema con in testa “Be a singer, be a lover…Be italian”. Del resto il regista, Rob Marshall - che con Chicago aveva riportato a Hollywood la voglia di fare musical - aveva avvertito: non si può ripercorrere le orme di Fellini perché non esistono remake di capolavori. Nine è un film musicale, l’adattamento cinematografico di uno spettacolo di Broadway, che Fellini a suo tempo aveva in parte misconosciuto (tanto da chiedere di non prendere il nome dal suo film).
La storia è solo per grosse linee fedele all’intreccio felliniano. La dimensione onirica che Fellini aveva reso in tele d’artista, in Nine è riassunta nei quadri musicali, degni dei riflettori da avanspettacolo. Non c’è traccia del carrozzone circense di Fellini, rimpiazzato dal Burlesque a suon di guepiere, calze a rete e tacchi alti. Protagonista è il blocco dell’artista. Il regista Guido Contini, affetto da una sindrome regressiva cronica, non riesce a vivere la sua crisi creativa privatamente. E’ costretto dal suo ruolo pubblico e perseguitato dai suoi ultimi fiaschi. Puerilmente fugge, ma le ansie da prestazione come artista, come amante e come marito lo braccano. Guido è diviso tra le sue donne. Un'amante ossessionata, Penelope Cruz, la più felliniana delle attrici del cast, nel ruolo della tentatrice Carla. La moglie, Marion Cotillard, sofferente per le continue menzogne. La sua musa ispiratrice Claudia, Nicole Kidman nel ruolo di se stessa, la diva. Forse il meno riuscito nella scrittura del film, dalla penna del compianto Anthony Minghella e di Michael Tolkin. Il grillo parlante Lili (una ringiovanita Judy Dench), personaggio non presente nella versione originaria, alla quale si deve la battuta che da sola vale il film: “Dirigere un film è un mestiere sopravalutato, lo sappiamo tutti. Devi solo dire sì o no. Che altro devi fare? Niente. Maestro questo lo vuole rosso? Sì. Verde? No. Più comparse? Sì…”. Una madre della quale ancora non riesce a fare a meno, Sophia Loren che interpreta l’unico ruolo che porta a casa da trent’anni a questa parte, quello della mamma italiana. E che stavolta canta e balla, per realizzare il suo sogno di fare un musical. In realtà il suo è solo un ballo della mattonella. Infine, la giornalista mondana Stephanie, Kate Hudson clone di Jennifer Lopez. E il ricordo infantile di Saraghina, Fergie, che da bambino, aveva stimolato le sue prime pulsioni erotiche .
Guido Contini è un Daniel Day-Lewis castrato rispetto alle attese. Interpreta un personaggio privo di drammaticità, le cui manie patologiche si intuiscono solo dalle troppe sigarette fumate. Un ruolo riuscito solo negli ultimi minuti del film, quando, dopo aver metabolizzato le sue nevrosi, finalmente Guido si libera in un grido catartico: “Azione”. L’ultima scena è una posa corale, intensa e spettacolare. Che, pur inventata ex novo, è degna dell’immaginario felliniano.
Nel complesso Nine è assolto dai quei giudizi che lo classificano come una lettura superficiale. Propone due ore di buon intrattenimento, un’operazione certo agevolata dai potenti mezzi finanziari e dal cast di stelle. E per noi italiani è impreziosito dall’effetto amarcord: c'è l'Italia dei divi del cinema, dei tempi d'ora di Cinecittà e della fughe al mare in Alfa spider. Quelli che non si sentono offesi dai facili stereotipi, potrebbero setirsi perfino lusingati dall'immagine così splendente che gli americani ci hanno cucito addosso.
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