Mercoledì, 30 Dicembre 2009 12:21

Hachiko - il tuo migliore amico - Recensione

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Wilson Parker, professore universitario, trova per strada un cucciolo di cane abbandonato di razza Akita; lo porta a casa, lo alleva e, come in tutte le favole, i due diventano grandi amici.
Liberamente ispirato alla storia vera del cane Hachiko, che nel Giappone degli anni '20 divenne famoso per aspettare regolarmente e puntualmente alla stazione di Tokyo il treno che riportava a casa il suo padrone (un professore universitario), nonostante questi fosse morto da anni, e che per la sua impagabile fedeltà si meritò addirittura una statua di bronzo; da qui anche il film Hachiko Monogatari, risalente al 1987. Il miglior amico dell'uomo è anche un portafortuna per lo svedese Lasse Hallstrom, che con La mia vita a quattro zampe ottenne nel 1988 la prima consacrazione internazionale (con la vittoria del Golden Globe come miglior film straniero) e il passepartout per sbarcare a Hollywood. Lì l'immagine canina era una metafora di un'esistenza problematica e disagiata, declinata comunque in toni da commedia; qui il quadrupede c'è realmente, ed è lo strumento con cui Hallstrom prova a rilanciare una carriera in fase calante, indebolita da alcuni film infelici (The Shipping News, Casanova). Lo svedese torna alle cifre stilistiche e narrative che più gli sono congeniali (una specie di magico realismo in cui l'elemento fiabesco si inserisce con discrezione in un contesto sociale del tutto credibile e verosimile) per realizzare un film senza pretese che funziona proprio in virtù delle sue ambizioni dichiaratamente low-profile. Semplicissimo, collocato in una dimensione spazio-temporale imprecisata (solo alla fine si verrà a sapere che siamo negli anni '80), quasi basico nella descrizione dei rapporti umani, non si arrischia mai nel prefigurare situazioni di conflitto che possano disturbare il canovaccio: un uomo e il suo cane. Il suo principale difetto è forse quella carineria senza fondo di cui è intriso, alla ricerca dello sguardo compiaciuto e compiacente dello spettatore, quasi costretto a diventare partecipe della sofferenza di Hachi, dei suoi occhioni languidi, del suo starsene immobile come una sentinella sotto la neve. Il materiale narrativo a disposizione sarebbe più adatto a un mediometraggio, e Hallstrom allunga così il brodo inserendo qualche altra inutile sequenza per dimostrare (ma non ce n'è bisogno, davvero) la sconfinata dedizione del cane al proprio padrone: una storia, un tema talmente fuori dal tempo e dal mondo da strappare uno sguardo di curiosità e di bonario interesse. Richard Gere (anche co-produttore) è in fondo ammirevole nello sconfessare uno degli assiomi-base del cinema hollywoodiano contemporaneo ("mai film con cani e bambini!"); lo è ancora di più se consideriamo l'ordinarietà del suo personaggio, un uomo assolutamente qualunque al centro di un'esistenza assolutamente comune. Belle musiche del premio Oscar Jan Kaczmarek. Film da matinée che farà versare qualche lacrima ai più devoti cinofili (con la o). I tre cani Akita che si alternano sullo schermo per interpretare Hachi hanno qualità recitative superiori a quelle di molti attori italiani.

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