Lunedì, 21 Dicembre 2009 11:31

Astro Boy - Recensione

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Astro Boy

Astro Boy fa la sua comparsa nel 1951, sulle pagine dell’ormai leggendario fumetto di Osamu Tezuka, idolatrato in Giappone e nel resto del mondo come pionieristico e iperprolifico “dio del manga”, inventore, proprio con il personaggio del piccolo robot, degli occhioni enormi ed espressivi che tuttora sono l’elemento caratterizzante delle “anime” giapponesi. Quando nel 1963 Astro Boy diventa protagonista di una serie tv trasmessa prima in Giappone e negli Stati Uniti e poi in altri 40 Paesi, in breve tempo raggiunge un successo praticamente planetario, fino ad entrare a far parte, nel 2004, della Hall of Fame Robot, insieme a C-3PO di Guerre Stellari e a Robby the Robot de Il Pianeta Proibito.

Questa è la prima volta che lo vediamo sul grande schermo, nel film d’animazione di David Bowers (conosciuto soprattutto per aver scritto e diretto Giù per il tubo) prodotto dalla Imagi Studios, una delle più grandi case di produzione di film in Computer Grafica, operante sia in Giappone sia negli Stati Uniti ma al di fuori degli studios tradizionali, il che ha spesso portato a risultati originali ma perfettamente in grado di competere con la qualità hollywoodiana.

Tutto inizia a Metrocity, futuristica metropoli sospesa nel cielo, quando il brillante scienziato Dott. Tenma perde improvvisamente l’adorato figlioletto Tobio. Nel folle tentativo di rimpiazzare il bambino, lo scienziato costruisce Astro Boy, dotandolo non soltanto dei ricordi del figlio e di altissimi valori umani, ma anche dell’enorme fonte di potere positivo contenuta nel Nucleo Blu, che insieme alla sua polarità negativa, il Nucleo Rosso, costituisce ciò che resta della potenza di una stella. Prevedibilmente, tutto questo potere fa gola al cinico Presidente Stone, che anela ad impiantare il Nucleo Blu (o quello Rosso, all’occorrenza) nel robot che ha progettato per vincere nuovamente le elezioni e dominare la Terra e a cui ha dato il contraddittorio nome di “Pacificatore”.

Molto presto appare evidente che Astro Boy non potrà mai prendere il posto di Tobio, e il Dott. Tenma lo caccia via in malo modo. Per il sensibilissimo robot inizia quindi un viaggio sulla Terra alla ricerca della propria identità e del proprio posto nel mondo. Per un po’ crederà di averlo trovato nella banda di bambini vagabondi di Hamegg, paterno ma infido costruttore di robot “gladiatori”, arrivando addirittura a spacciarsi per essere umano nel tentativo di farsi accettare. Ma la sua duplice natura, per metà umana e per metà robotica, inevitabilmente lo destina alla battaglia campale contro il Pacificatore per salvare il mondo intero.

Quella di Astro Boy è  una storia di sradicamento e di ricerca di un posto a cui appartenere, così fedele all’originale giapponese e contemporaneamente modernissima: per rispettare il più possibile il manga, come racconta Francis Kao, fondatore e capo del reparto sceneggiature, la Imagi Studios ha lavorato a stretto contatto con la Tezuka Production e con il figlio del disegnatore, Macoto Tezuka, mentre per creare un’ambientazione differente da qualsiasi cosa fosse mai stata fatta fino ad ora, i designer si sono ispirati al lavoro di Isamu Noguci, celebre artista e architetto nippo-americano del secolo scorso, e a quello di Katsushika Hokusai, famoso per la semplicità e la stilizzazione dei suoi paesaggi.

Astro Boy ricorda da vicino Pinocchio («…a parte il fatto che Tezuka ha migliorato la storia introducendo i giganteschi robot da combattimento!» scherza Bowers) e il dickensiano Oliver Twist, ma soprattutto dal primo hanno tratto ispirazione tanto Tezuka (nella versione disneyana) quanto il regista: «Ripensando ai film che ho amato e che mi hanno influenzato nel corso degli anni, mi rendo conto che il primo film che abbia mai visto al cinema è stato Pinocchio. Mio padre mi ha portato a vederlo, e quel film ha avuto un enorme impatto su di me.»

E chi sa che Astro Boy, cinquant’anni dopo, non torni a essere l’icona che era.

doppioschermo

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