Mercoledì, 16 Dicembre 2009 23:31

Debito di ossigeno - Recensione

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Debito di ossigenoSoggetto vincitore del Bando Cinema della Provincia di Milano, Debito di ossigeno documenta due storie parallele di disoccupazione. Il tema, volutamente slegato da agganci e prese di posizione politico-sociali, muove riprese che si alternano tra situazioni paradigmatiche aventi per protagonisti Daniele e Sabrina - modello di famiglia piemontese di ceto medio - e Fulvia, madre single di Alekos, otto anni.

Il loro racconto vissuto e incalzato a margine dalle domande senza risposta del regista Giovanni Calamari - già montatore e più tardi autore di documentari e mini-fiction di consumo - porta a non discernere il limite tra ciò che resta operazione filmica “invisibile” e quanto irrompe invece brutalmente nei vicoli ciechi di una crisi non indagata come catastrofe del secolo, ma espediente di canovaccio. Se, infatti, da un lato scorrono naturalmente confessioni in prima persona attorno alla nuova povertà o al suo rischio incombente, non è però di quest’ultima che si vuole parlare. Il solipsismo arrendevole di Daniele - quarantenne licenziato dalla Motorola e in attesa di reintegrazione - si scontra con l’ostinazione di Sabrina, sua moglie, disposta a riorganizzarsi più prontamente, pur avendo subìto un trattamento simile e immotivato. Se di colpe si tratta, certo vengono ammesse come tappe narrative e non indici puntati, sovvertimenti delle gerarchie interne a equilibri familiari un tempo consolidati.

Il disagio della precarietà assume così i panni del capovolgimento di ruoli e archetipi di cui Fulvia incarna faticosamente e da sempre entrambe le facce. La lentezza tutta maschile nel ricostruirsi è una condizione da lei tanto distante quanto quei lavori interinali che scansano le sue conoscenze e competenze, prima ancora della dignità. Interessante, a questo proposito, la scelta di contrapporre nello scambio della donna con la madre due modelli d’osservazione a ritmi inversi, due sguardi al buio senza soluzione. Le vecchie generazioni si trovano costrette a contribuire ininterrottamente al sostentamento dei figli che, all’opposto, identificano in quel sostegno o nell’ipotesi di un trasferimento all’estero, la rinuncia a combattere.

Il finale aperto evoca scenari ancora una volta non mediati da discussioni dotte, né dal buonsenso scontato, riportando piuttosto a quelle stesse vite e reazioni in cui ci si immerge a piene mani. L’accenno breve a cifre, contratti e lotte sindacali, pur correndo il rischio di un’opzione comoda perché non radicata nelle ideologie, mostra più acutamente margini umani sfilacciati. Il contrasto evidente nelle reazioni e sfoghi privati, si accompagna infine al linguaggio scarno delle riprese, realizzate con una troupe ridotta al minimo e supportate da un montaggio indispensabile a nutrire i personaggi. Ed è la stessa nudità a far rimbombare il grido di chi di quei margini è vittima sempre più consapevole.

doppioschermo

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