L’uomo nero di Sergio Rubini è la dimostrazione che la prevedibilità del sentimentalismo, sigillo della più genuina tradizione cinematografica italiana, è ancora in grado, non già di annoiare, ma di commuovere dolcemente il pubblico. E’ in questa tradizione che Rubini si innesta con perfetta coerenza identitaria, con un bozzetto di provincia che è in parte commedia e in parte amarcord, non rinunciando a intrecciare un necessario filo colorato, di ironia, intorno alle corde tese della nostalgia e del conflitto generazionale.
Alla sua decima regia, Rubini giunge –anche in questo nella tradizione- al momento del confronto con le proprie origini e dell’omaggio alla propria terra, alla inevitabile opera dei sensi, quella autobiografica. E’ nella sua Puglia che Gabriele ritorna per l’ultimo saluto al padre morente e ripercorre in flashback, con la più semplice delle soluzioni narrative, episodi della propria infanzia accanto alla madre Franca, pilastro familiare di tenacia e di saggezza, allo zio Pinuccio, scapolone mai diventato adulto, e al padre Ernesto, capostazione con il pallino dell’arte che sacrifica troppo spesso gli obblighi familiari per obbedire alla propria vocazione e tentare di sottrarsi, senza successo, all’orizzonte minimo di quella provincia così piena di sogni di evasione e sempre così spietata con chi cerca di realizzarli.
Col padre, Gabriele dovrà consumare il più necessario degli scontri esistenziali, affrontandolo senza reminescenze di complessi edipici. Uno scontro che matura intorno all’autoritratto con bombetta di Cezanne che Ernesto voleva copiare per esporlo nella propria mostra e che diventa il pretesto per quel coupe de theatre che rende questa storia adorabile e delicata. Ma è nulla più che un pretesto, appunto, per raccontare quella pratica dolorosa attraverso cui ogni figlio si stacca dal padre, odiandolo se è necessario, giurando di diventare un uomo diverso e così infine costruendo sé stesso, il proprio futuro. Arriva sempre troppo tardi il momento di poter conoscere i propri genitori, da pari a pari, e di scoprirli uomini, anche loro fatti di debolezza e coraggio, di pulsioni e di ragioni. Ed è più probabile che questo accada quando l’incontro è possibile, ormai, solo nel ricordo.




