Venerdì, 04 Dicembre 2009 12:58

Il mio amico Eric - Recensione

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Il mio amico Eric

Eric è il doppio protagonista di questa storia, Eric postino, l’uomo comune (Steve Evets), ed Eric Cantona (che interpreta sé stesso), il suo campione, l’idolo, il goleador del Manchester United. Cercando Eric, sarebbe la traduzione letterale del titolo originale, ma la versione italiana inquadra davvero il tema cardine del film: l’amicizia.

Eric postino è  un uomo in seria difficoltà, con due matrimoni falliti alle spalle, due figliastri adolescenti in casa che non ha neppure scelto di allevare con un passato, quello della prima moglie, che non riesce ad affrontare e che continua anche dopo 30 anni a provocargli attacchi di panico. Il film inizia durante uno di questi attacchi che gli provocherà un incidente, dal quale il protagonista uscirà scosso ma illeso.

La sua vera fortuna sono gli amici, compagni di pub e di stadio, colleghi che tentano di aiutarlo a risollevarsi e che inconsapevolmente faranno in modo che Cantona diventi la guida di Eric. Durante una seduta di pseudo psicoterapia collettiva, si cimentano tutti insieme in un esercizio suggerito da un manuale preso in prestito in biblioteca: si tratta di chiudere gli occhi e immaginare allo specchio una persona amata. Eric Cantona, il giocatore del Manchester United, è l’uomo che sceglie di immaginare Eric, il suo omonimo in versione campione, che in una scena successiva gli si materializzerà davanti, anzi dietro. Inizia così un’amicizia surreale che riuscirà a far ritrovare ad Eric sé stesso, a fargli affrontare quel groviglio di sofferenze, di rimpianti, di domande senza risposte che si sono sedimentati dentro di lui negli anni e che ha lasciato che trasformassero la sua vita in un casino. Recupererà il rapporto con il passato e con il presente e di nuovo quegli amici saranno determinanti per risolvere un pasticcio contingente nel quale si trova coinvolto a causa dei figli.

Una storia a lieto fine che è anche un omaggio ad un ex campione di calcio, anche lui con alle spalle alcune sofferenze, e che Ken Loach, da tifoso, ha ammirato; e lui, che interpreta sé stesso, si inserisce bene nella trama del film, filmati di repertorio compresi. Alcuni dialoghi e i noti proverbi di Cantona sono autentici e il rapporto che si instaura con il postino dei sobborghi è divertente e sa di sincero; il suo ruolo è quello del maestro di vita, ma senza prendersi troppo sul serio, come suggerisce “l’Operazione Cantona”, che determinerà il finale. I luoghi sono quelli veri, siamo a Manchester, vita urbana senza splendori, a volte anche dura, ma l’elemento surreale aiuta ad alleggerire l’atmosfera e i toni; surreali sembrano in realtà un po’ tutti i personaggi del film, buoni e cattivi mentre il rapporto di leale amicizia tra Eric e gli altri, un’amicizia disinteressata, difficile persino da immaginare, sembra voler dire, parafrasando un  proverbio, che l’amicizia è davvero preziosa. Lo stesso Cantona non ha dubbi: il suo momento calcisticamente più memorabile? Nessun goal personale bensì un passaggio: servire un compagno nell’azione che portò ad una rete indimenticabile; devi fidarti dei tuoi compagni di squadra. Sempre!

doppioschermo

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