Non c’è due senza tre, e così, dopo Un matrimonio perfetto e L’importanza di chiamarsi Ernesto, Oliver Parker firma il terzo film tratto da un’opera del maestro Oscar Wilde. Se nelle prime due pellicole il regista era riuscito, almeno in parte, a cogliere lo spirito di uno degli scrittori più amati di tutti i tempi, in questo terzo tentativo l’operazione non sembra riuscita.
Dorian Gray, è un giovane ingenuo, bello e idealista nell’Inghilterra del diciottesimo secolo. Lasciandosi trasportare dalle idee ciniche e libertine del suo mentore, lord Wotton, Dorian arriva a stringere inconsapevolmente un patto con il demonio. Il suo volto rimarrà per sempre giovane e non sarà mai scalfito dagli effetti degli eccessi, che ricadranno invece sul suo ritratto, appena dipinto dall’amico Basil Hallward, trasformandolo nella raffigurazione della sua anima dannata. Quando Dorian si rende conto di potersi abbandonare a qualsiasi tipo di piacere senza pagarne le conseguenze la sua vita cambia velocemente e da timido e ingenuo giovanotto diventa un vero dandy, cultore della bellezza, della lussuria e dell’eccesso. Come in ogni storia che si rispetti, i nodi presto o tardi verranno al pettine.
Non si trattasse dell’adattamento al grande schermo di un opera di Oscar Wilde, questo film sarebbe abbastanza godibile. Il Dorian Gray di Oliver Parker ci ricorda un po’ lo stereotipo della rock star odierna: un giovane poco più che adolescente travolto dal successo, osannato dai fan, che si concede qualsiasi tipo di eccesso, incurante del futuro. Il tema del culto dell’immagine e della giovinezza, non è mai stato così attuale come in questi tempi cui il ricorso alla chirurgia estetica sembra imprescindibile per chiunque abbia una vita pubblica. Infine gli spettatori più giovani non mancheranno di apprezzare la bellezza efebica del protagonista Ben Barnes (Le cronache di Narnia, Un matrimonio all’inglese) e l’atmosfera gotica in cui è ambientato il film.
Il problema, però, è che fra il pubblico potrebbe potrebbe anche esserci qualcuno che ha letto Il ritratto di Dorian Gray. E allora si aspetterebbe qualcosa diverso. Il romanzo dello scrittore inglese era una critica al moralismo vittoriano, un inno al piacere, e il suo protagonista un personaggio complesso, ricco di sfaccettature da cui non si può non rimanere affascinati.
La pellicola di Parker è invece pervasa da un forte moralismo: etichetta fin dal principio il giovane Dorian Gray come bello e dannato, e non fa che giudicarlo negativamente fino al prevedibile (per quanto divergente dal romanzo) riscatto finale. Ciò che rimane è una storia semplificata, che forse potrebbe avvicinare il grande pubblico all'opera di Oscar Wilde, ma che lascerà sicuramente insoddisfatti i suoi lettori più appassionati.




