Venerdì, 20 Novembre 2009 22:55

Il viaggio di Jeanne - Recensione

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Il viaggio di Jeanne

Il viaggio di Jeanne è l’esordio alla regia della sceneggiatrice franco-svedese Anna Novion, che a 19 anni ha diretto in Svezia il suo primo cortometraggio Frederique est francaise. La pellicola, in gestazione già dal 2001, nasce con l’intento di dare una visione nuova di un universo, quello dell’arcipelago di Goteborg, conosciuto dall’autrice sin dall’infanzia.

La Svezia appunto è il punto di partenza per raccontare la storia di un padre, Albert, che per i diciassette anni della figlia, Jeanne, organizza come ogni anno dalla Francia un viaggio in una nazione europea e si ritrova a dover condividere con altre due donne, Christine e Annika, l’appartamento prenotato presso l’arcipelago svedese. L’incontro tra queste persone, che in altre circostanze non sarebbe mai avvenuto, sarà l’inizio di una scoperta dell’altro, di un percorso di crescita e liberazione dai propri tabù.
Jeanne, si invaghirà del biondo Johan che l’ha corteggiata e rimarrà delusa quando vedrà lui baciarsi con un’altra, Albert, dopo aver tentato di trovare il tesoro del vichingo Jon, capirà che la figlia sta crescendo e che dovrà affrontare i problemi in altra maniera, Christine, donna emancipata e giramondo, scopre un interesse per Albert e decide di aspettarlo al ritorno in Francia, Annika ritroverà un vecchio amore e deciderà di vivere finalmente la storia con lui.

Un viaggio di “formazione” quindi che, in teoria, dovrebbe permettere ai protagonisti di uscire fuori dalle gabbie che si sono creati per far sì che si aprano a nuove esperienze di vita e d’amore. Il titolo originale è infatti Les grandes personnes, gli adulti appunto, che però sembrano narcotizzati ad ogni slancio affettivo in nome di una sorta di stoico eroismo non richiesto. Il film procede lento ed inesorabile e stenta ad infiammarsi e, di raffreddamento in raffreddamento, non trova il giusto ritmo finendo col lasciare lo spettatore un po’ deluso.

Nulla di eclatante succede, i protagonisti si osservano e dialogano poco tra loro lasciando spazio ad inquadrature di paesaggi e profili di schiena. Anche l’idea della regista di giocare sui contrasti dei sorprendenti panorami grigio piombo e dei bordomare rocciosi convincono poco. Tutto è grazioso e pittoresco ma stenta a entrare dentro e lasciare un segno.

Un lento progredire attraverso momenti di vita con scene semplici e vicine alla quotidianità che però avrebbero dovuto più efficacemente rivelare le emozioni intime dei personaggi e la loro sensibilità. Interessanti le inquadrature, spesso delle protagoniste femminili di spalle, e le luci ispirate al pittore danese Hammershoi che permettono, per quanto possibile, di dare libero corso all’immaginazione.

Il viaggio di Jeanne è l’esordio alla regia della sceneggiatrice franco-svedese Anna Novion, che a 19 anni ha diretto in Svezia il suo primo cortometraggio Frederique est francaise. La pellicola, in gestazione già dal 2001, nasce con l’intento di dare una visione nuova di un universo, quello dell’arcipelago di Goteborg, conosciuto dall’autrice sin dall’infanzia.

La Svezia appunto è il punto di partenza per raccontare la storia di un padre, Albert, che per i diciassette anni della figlia, Jeanne, organizza come ogni anno dalla Francia un viaggio in una nazione europea e si ritrova a dover condividere con altre due donne, Christine e Annika, l’appartamento prenotato presso l’arcipelago svedese. L’incontro tra queste persone, che in altre circostanze non sarebbe mai avvenuto, sarà l’inizio di una scoperta dell’altro, di un percorso di crescita e liberazione dai propri tabù.

Jeanne, si invaghirà del biondo Johan che l’ha corteggiata e rimarrà delusa quando vedrà lui baciarsi con un’altra, Albert, dopo aver tentato di trovare il tesoro del vichingo Jon, capirà che la figlia sta crescendo e che dovrà affrontare i problemi in altra maniera, Christine, donna emancipata e giramondo, scopre un interesse per Albert e decide di aspettarlo al ritorno in Francia, Annika ritroverà un vecchio amore e deciderà di vivere finalmente la storia con lui.

Un viaggio di “formazione” quindi che, in teoria, dovrebbe permettere ai protagonisti di uscire fuori dalle gabbie che si sono creati per far sì che si aprano a nuove esperienze di vita e d’amore. Il titolo originale è infatti Les grandes personnes, gli adulti appunto, che però sembrano narcotizzati ad ogni slancio affettivo in nome di una sorta di stoico eroismo non richiesto. Il film procede lento ed inesorabile e stenta ad infiammarsi e, di raffreddamento in raffreddamento, non trova il giusto ritmo finendo col lasciare lo spettatore un po’ deluso.

Nulla di eclatante succede, i protagonisti si osservano e dialogano poco tra loro lasciando spazio ad inquadrature di paesaggi e profili di schiena. Anche l’idea della regista di giocare sui contrasti dei sorprendenti panorami grigio piombo e dei bordomare rocciosi convincono poco. Tutto è grazioso e pittoresco ma stenta a entrare dentro e lasciare un segno.

Un lento progredire attraverso momenti di vita con scene semplici e vicine alla quotidianità che però avrebbero dovuto più efficacemente rivelare le emozioni intime dei personaggi e la loro sensibilità. Interessanti le inquadrature, spesso delle protagoniste femminili di spalle, e le luci ispirate al pittore danese Hammershoi che permettono, per quanto possibile, di dare libero corso all’immaginazione.

doppioschermo

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