Giovedì, 19 Novembre 2009 01:00

2012 - Recensione

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2012

Fino a pochi anni fa era sulla bocca di pochi, anzi pochissimi. Nugoli di individui s’adunavano nei sottoboschi psichici dai connotati non poco esoterici, in certe notti di vino e letteratura e libri, e ne discutevano sin dentro l’albeggiare. Poi, con gote rossicce e nasi contusi dai raffreddori, espiavano ogni malanno accumulato in quelle ore con una sana, disoccupata dormita. Le loro madri si spazientivano quando a mezzogiorno quei derelitti sognanti ancora dormivano. Non potevano – povere donne – accendere l’aspirapolvere, o guardare Forum. Erano in pochi, anzi pochissimi. Quelli che parlavano del 21 dicembre 2012.

«I governi sanno tutto, e nascondono tutto», oppure «È assolutamente vero che il Nazional Socialismo ha fatto un grande favore alla mediocrità. Nessuno vuol più sapere».

Il sapore, e il tenore, erano intensi, elevati, misticheggianti ancorché poco chiari: un poco torbidi, ma certamente intuìti. Ma la volontà di sapienza, e dissidenza, erano padrone. Se i Maya arrivavano a sacrificare quotidianamente migliaia di esseri umani per posticipare la fine del “Quinto Sole” – l’ultimo possibile prima d’una infausta caduta – i nostri, oggi, lasciano crollare torri per darle in pasto a quel medesimo astro, ed evitarne l’ira catastrofica. Evocazioni di portata letteraria non da poco…

Eppure ora – e anzi da qualche tempo a questa parte – ecco che insipidi dodicenni con le scarpe firmate e il papà col Suv nero cromato, cominciano ad ingrassarsi la lingua fra i banchi di scuola parlando di profezie, calendari, Roberto Giacobbo e Nostradamus. Facebook propone improbabili questionari che svelano di che morte morirai il 21 dicembre 2012. Sotto una valanga? Scorticato da un geiser? Oppure schiacciato sotto un autobus piovuto dal cielo?

Ma che diavolo di accidenti accade?

“Eppure fummo avvisati. Tutti.”, o qualcosa del genere, campa in bella vista sulla locandina del nuovo film di Roland Emmerich, dall’iconico titolo “2012”. Avvisati da chi? Da Roberto Giacobbo?

Giochetti a parte, ecco che il nuovo pastone hollywoodiano concepito dall’occhio di lince del mainstream coglie l’ultima nuova dissacrante moda mediatica: la fine del mondo.

La pellicola di Emmerich mette in scena infatti ciò che è presumibile accada in quello che secondo il calendario Maya – e altre scritture meno note sparse nella proto-storia del sacro – sarà l’ultimo giorno del nostro mondo, “così come lo conosciamo”. L’ispirazione attinge a piene mani dalla famosa speculazione, suggestiva per davvero e non necessariamente fasulla (anzi), di “Impronte degli Dei” (Fingerprints of God, 1995), un grosso volume scritto da Mr. Graham Hancock nel quale vengono ipotizzate diverse soluzioni agli enigmi di – per esempio – Atlantide, Mu, diluvi universali, ere glaciali più o meno lunghe, piramidi e precessioni degli equinozi. In questo libro si sincretizzano infatti le profezie alle supposte dottrine scientifiche che giustificherebbero i presagi antichi. In quanto a teorie scientifiche, Charles Hapgood, brevemente citato tra le altre cose nella pellicola, ma ampiamente nel libro di Hancock, è uno studioso statunitense del primo Novecento che ipotizzava che gli assi di rotazione del nostro pianeta tendano a spostarsi nel tempo, a causa di un fenomeno che – detto brevemente – potremmo sintetizzare così: la crosta terrestre slitterebbe, per cause complesse che non ci pare il caso di spiegare qui, come una sorta di “buccia” intorno al frutto (la massa terrestre), dunque tutta insieme. È una teoria che non va confusa con quella della tettonica a zolle. Potremmo così ritrovarci prima o poi ad avere il polo sud nel Wisconsin, o in Danimarca. Ed è proprio ciò che accade in 2012.

Jackson Curtis (John Cusack) è un romanziere poco conosciuto che – a causa dell’intenso lavoro dedicato al suo libro – si ritrova separato dalla famiglia. Durante un campeggio programmato con i figli Noah e Lilly entra in contatto con il paranoico (non potevano che descriverlo così, come un profeta pazzo e inaffidabile) Charlie Frost (Woody Harrelson), un conduttore radiofonico indipendente che si vanta d’essere il primo ad aver annunciato al mondo la catastrofe imminente. Questi racconta a Jackson di come i governi si stiano preparando ad affrontare la fine del mondo e di come solo facoltosi personaggi del calibro di Bill Gates o Murdock possano salvarsi. L’uomo inizialmente non gli crede, ma dopo le prime scosse di terremoto in California si risolve nel tentativo di salvare la propria famiglia. Grazie ad una mappa recuperata sul camper di Charlie, Jackson e compagnia decidono di raggiungere il Tibet, dove sarebbero pronte le Arche della salvezza riservate alle elite sulle quali sperano di imbarcarsi (secondo voi ci riusciranno?). Nel frattempo il geologo idealista che ha previsto la fine del mondo, informandone anche il presidente degli USA (un prototipo invecchiato di Barack Hussein Obama), parte con l’Air Force One insieme alla First Lady figlia (con cui avrà, ovviamente, una storia) e al cinico capo dello staff presidenziale Carl Anheuser (Oliver Platt). Ovviamente il presidente resta, molto realisticamente, a morire fra la gente aiutando una bambina a ritrovare “il suo papà”, prima di essere travolto da uno tsunami.

Insomma dopo una serie davvero incredibile di peripezie fra palazzi che crollano, magma emerso dal suolo, interi continenti che implodono, la famiglia raggiungerà la meta e riuscirà clandestinamente ad imbarcarsi sopra una delle arche ipertecnologiche costruite dai cinesi.

Il film terminerà con una supposta gigante di moralismo ad oltranza che l’Autore preferisce risparmiarVi. Gli uomini prenderanno la prima boccata d’aria dopo 27 giorni dal diluvio e la struttura geofisica del pianeta sarà definitivamente alterata, con ciò che resta dell’Africa come unico e solo nuovo centro del Mondo.

In sostanza l’ultima spettacolare pellicola di Emmerich pone certamente degli interrogativi, che però occorre prendere con le pinze, le presine e una mascherina anti-influenzale, dal momento che pare essere una di quelle operazioni mediante le quali si lascia correre una minima dose di verità, che s’agita come un’esca attirando i pesciolini ben pasciuti, per poi tirare su la lenza con uno strattone levando al malcapitato, in via definitiva, l’ultima possibilità di respirare per davvero.

 

doppioschermo

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