Venerdì, 30 Ottobre 2009 10:32

Diary of the Dead - Recensione

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Diary of the Dead

Finalmente arriva anche da noi l’ultima fatica zombistica dell’acclamato George A. Romero, regista che negli ultimi anni non ha avuto troppa fortuna in quanto a distribuzione e relativa visibilità dei suoi film.

Molto si è detto sulla complessità allegorica del cinema romeriano, sui suoi risvolti sociali (e non solo) nonchè sulla metafora della diversità legata ai suoi dinoccolati ed affamati non-morti. Ferma restando la validità di quei discorsi per quest’ultima pellicola, l’analisi della stessa a livello di trama e di regia non porta tuttavia a risultati del tutto innovativi e convincenti. Lo stile del mockumentary horror, ormai quasi inflazionato dai tempi del buon The Blair Witch Project, ha saputo fornire negli ultimi anni degli spunti già interessanti in questo senso. Prima Cloverfield e dopo – e ancor meglio - REC avevano saputo rendere bene la paranoia e l’isteria collettive di fronte ad eventi inspiegabili e dall’impatto devastante. Più di recente District 9 ha sviluppato ulteriormente il tema dell’emarginazione - in chiave anche esplicitamente politica - di una minoranza “aliena”, e con risultati apparentemente più riusciti. Inoltre, l’escamotage narrativo del montaggio ex post del documentario porta qui a storcere il naso per l’uso delle musiche e, soprattutto, della voce fuori campo, ridondante e a tratti fastidiosa per il tipo di operazione presentata.

Gli elementi più interessanti di Diary of the Dead sono per lo più le tracce di quella critica sociologica già cara a Romero, alle quali si aggiunge una interessante ed inattesa riflessione metacinematografica sui rischi del mestiere del regista e della perdita di umanità e carica emotiva cui può portare un certo approccio filmico ed autoriale. Il resto, nemmeno poi così imprevedibilmente, consolida solo alcuni stereotipi negativi del filone fintomentaristico di tensione: personaggi abbozzati, dialoghi non sempre incisivi con sporadiche ed improbabili frasi ad effetto (o con pretese di profondità), forzature continue del patto narrativo e della coerenza già labile dei personaggi per giustificare una copertura pressoché totale delle sequenze girate in pre(te)sa diretta dalle varie videocamere, ed altre piccole debolezze.

La truculenza e l’originalità delle scene riguardanti la nascita, l’interazione o l’eliminazione dei morti viventi – che rappresentano di certo la parte più ludica del film - sono indici che soltanto i romeriani convinti possono davvero valutare. Ad un occhio poco affezionato e complice come quello di chi scrive, l’agguato di una percezione fin troppo artigianale e parodistica del fattore orrorifico non-vivo potrebbe tendere troppe imboscate perché valga la pena esprimere un giudizio in merito.

doppioschermo

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