Ebbravo Capotondi! Ce ne fossero di più in Italia di autori coraggiosi e talentuosi come lui, il “cinema italiano” smetterebbe di essere additato con snobismo, smetterebbe di essere etichettato come la solita solfa in cui si confezionano benino i soliti drammi familiari e razziali. Se si pensa che poi siamo di fronte a un esordio cinematografico il giudizio s’avvalora perfino di maggiore intensità. Certo una riflessione va dritta al cuore del sistema italiano: perché viene data solo ora una possibilità alle grandi potenzialità di Giuseppe Capotondi? Forse per lo stesso motivo per cui la sua opera prima raccoglie i maggiori consensi proprio all’estero, in America, dove si parla già di remake. Gli “Italiani brava gente” faticano a star dietro a un film strutturato come questo, che ci addentra nel genere più classico del cinema: il noir. E il noir italiano è un prodotto sempre più raro. Se però a quella rarità corrisponde una fattezza elegante e delicata, film come questo restano, prima ancora che nella memoria, nello sguardo dello spettatore.
La storia di Guido, un Filippo Timi (premio Pasinetti) bello, buono e dannato, e di Sonia, la rivalutata (finalmente!) Ksenia Rappoport (Coppa Volpi 2009), s’intreccia coi loro corpi e con le loro identità fragili: lui ex poliziotto vedovo, che ha alle spalle e nel cuore un dolore mai svelato, lei una slovena timida che tira avanti a fatica. Due personaggi ai quali ci affezioniamo presto e coi quali soffriamo per tutta la durata del film: la loro doppia natura ci avvolge e ci catapulta in un universo filmico tanto quotidiano quanto surreale, ci proietta in un groviglio di sentimenti e di emozioni da cui non è facile snodarsi. Il noir riesce, con i suoi tempi progressivi, con i suoi baratri sconvolgenti e con le sue inquietudini mordaci, sintonizzate perfettamente con l’inconfondibile musica di Pasquale Catalano, a tenere uniti e distanti i suoi protagonisti. Niente è come sembra, niente è come potrebbe esserlo. Mentre le psicologie dei personaggi, anche secondari, affiorano e si costituiscono come elementi performativi della suspense, le verità si affastellano innescando un misterioso gioco hitchcockiano che, con una poesia visiva implosiva, sospinge ma mai sospende.
La doppia ora (in concorso a Venezia 66) è un film dallo stile asciutto e da un ritmo a orologeria che lega il pubblico alla poltroncina: la sua capacità di creare un congegnatissimo thrilling dell’anima, incastonandolo in una storia sentimentale tutt’altro che banale, ricorda la storia del primo Sorrentino. Il filo rosso della narrazione viene dipanato in piani paralleli che si srotolano sullo schermo come altrove della realtà e dell’immaginario nello stesso tempo. Quello che colpisce di questa architettura contorta ma funzionale, piuttosto che finzionale, è l’effetto su chi guarda: lo spettatore viene rapito da un’angoscia quasi morbosa, fotografata con un realismo struggente, dalle atmosfere cupe che imprigionano fino alla fine i nostri pensieri e i nostri sospiri.
La scheda
Genere: DrammaticoCinema Premiere: 06/11/2009
Paese di produzione: Italia
Diretto da: Giuseppe Capotondi
Cast: Ksenia Rappoport , Filippo Timi , Giorgio Colangeli , Antonia Truppo , Giampiero Judica , Gaetano Bruno , Fausto Russo Alesi
Durata del film: 95 min
Anno di produzione: 2009




