Giovedì, 10 Settembre 2009 01:00

Drag Me To Hell - Recensione

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Pasadena, 1969. Una coppia di ispanici disperati porta il figlio, vittima di un’infernale maledizione lanciata da una zingara, cui il ragazzino aveva rubato una collanina, a casa di una medium che non riesce però a trarlo in salvo. Quarant’anni dopo una vicenda simile accade a Los Angeles, ma questa volta la vittima è una biondina vegan, ex miss porchetta della fattoria che per la prima volta nella sua vita ha agito egoisticamente. Christine Brown è una giovane impiegata bancaria che vorrebbe ottenere una promozione per far colpo sugli esigenti genitori del fidanzato Clay, un professore di psicologia bello e affermato. A impedirglielo sono il collega Stu, spregiudicato e superruffiano che vuole l’escalation a tutti i costi, e le proprie vulnerabilità e tenerezza di ragazza di campagna. Il giorno in cui si presenta alla sua scrivania la vecchia e lercia signora Ganush, che la implora per ottenere una proroga per il mutuo immobiliare, che rischia di lasciarla senza tetto, la fidanzatina ambiziosa decide d’ingraziarsi il capo negando il suo aiuto alla megera. Ma la donna, che si è inginocchiata davanti a lei e l’ha implorata davanti a tutti, si sente profondamente umiliata. Le lancia così una potente maledizione dopo un cat fight all’ultimo colpo di sparapunti e dentiere volanti in auto. Christine proverà a difendersi dalla Lamia che le sta rendendo la vita un inferno grazie all’aiuto del cartomante Rham Jas. Ma l’unica persona che può aiutarla, alla modica cifra di diecimila dollari, è proprio quella medium che aspetta da tanti anni di redimersi.

Presentato fuori concorso all’ultimo festival di Cannes, Drag Me to Hell doveva suggellare il ritorno del regista Sam Raimi all’horror classico. Ma se le radici del regista de La casa, al cui sequel pare stia lavorando già da anni, erano l’orrore che causa brividi e genere suspense, Raimi deve avere smarrito la strada tra uno Spider Man e l’altro. Quest’opera è infatti molto più simile a L’armata delle tenebre, horror comedy basata su uno humour giovanilistico, su strizzatine e trovate splatter, su uno script poco originale che tenta la via dell’ammodernamento, lezioso e spocchioso, dell’horror classico finendo per realizzare un prodotto commerciale in cui lo stile, cui soccombe il flebile rivolo horror, sembra un marchio di fabbrica perfino sciupato. La ragione che ha spinto il regista a tornare a questo genere è la libertà, la possibilità di produrre un low budget di cui avere il completo controllo. E a guardarlo bene Drag me to hell si evince subito che dietro la macchina da presa c’era una voglia smodata di girare le scene più kitsch senza porsi tanti freni inibitori. Forse è per questo che gli spettatori si ritrovano di fronte a scene raccapriccianti dotate di un bad taste che ricorda prodotti televisivi come Streghe e Buffy l'ammazzavampiri. Morsi melmosi e sdentati, caproni neri che vengono dall’inferno, fazzoletti che portano presenze fantasmatiche, bottoni che veicolano maledizioni mortali, mosche che insistono a introdursi nei corpi umani, cartomanti imbranati e santone incapaci, sacrifici di gattini domestici: Raimi, che ha scritto il soggetto nell’89 insieme al fratello Ivan, medico di giorno e scrittore di notte, (Darkman) ha rimpinzato la sua pellicola di cliché improbabili e di leit motivi moralistici, come la critica sociale al cinico carrierismo e al dollaro assatanato.

Per chi s’aspettava un film dell’orrore puro come quella mano diabolica dei titoli di testa sembrava quasi volesse prometterci, Drag me to hell purtroppo si rivela una vera delusione e i suoi intraprendenti esorcismi non possono che far sgranare gli occhi di quanti L’esorcista vero lo ricordano bene. Probabilmente Raimi, nel suo tentativo di rigenerare l’horror del ventunesimo secolo, non dev’essersi accorto che per fare paura ci vuole ben altro che una zingara inviperita e un caprone che si prende le anime dei maledetti. Ma molti dei suoi fan, specie i più giovani, probabilmente stavano attendendo il recupero di un genere travestito di empasse comici, un horror quasi demenziale che nelle mani di un regista che non perde il coraggio dei lontani anni ’80 si tramuta in sicuro divertissement.

doppioschermo

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