Giovedì, 27 Agosto 2009 12:03

Piede di Dio - Recensione

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Se fosse una canzone sarebbe “…sole che batte sul campo di pallone, e terra e polvere che tira vento e poi magari piove”. Non ci sono mai nuvole, invece, nella vita di Elia, ma l’arcobaleno sul mare della sua Puglia, e la colonna sonora della sua storia sono i ritmi salenti alternati all’inno di Mameli. C’è però la polvere dei campetti di periferia, e sabbia, pali improvvisati e magliette a fare da porta. Elia è uno dei protagonisti di Piede di Dio, primo lungometraggio di Luigi Sardiello, in uscita nelle sale il prossimo 28 agosto. Non è un film sul calcio, la lo sport tanto amato nel nostro Paese, simbolo controverso di un’Italia altrettanto contraddittoria fa da cornice ideale alla sua storia. Elia in campo ha un talento, un piede “magico”. Ma ha 18 anni e ragiona da dodicenne. In paese tutto conoscono la sua storia, sarebbe un campione ma è “ritardato”. Il padre l’ha abbandonato ma un giorno sulla sua strada, anzi sulla sua spiaggia, incontra Michele. Lui avrebbe voluto fare il calciatore, ma sul quel campo pieno di polvere si è giocato tutto con una caduta. E adesso fa l’osservatore per piccole squadre di provincia. Occhiali da sole, vestiti costosi e cellulare alla mano per scovare ragazzini che sanno giocare, accerchiato da genitori e allenatori urlanti, disposti a tutto per i loro piccoli talenti. L’incontro con Elia può cambiargli la vita. Ed è esattamente quello che succederà anche se lui non l’aveva immaginata così. Un viaggio della speranza quello raccontato nella pellicola di Sardiello, per due protagonisti bizzarri ed “emarginati”.

Elia è il giovane Filippo Pupillo, già visto in Nuovomondo di Crialese. Di poche parole ma perfetto nel ruolo del giovane talento. Sarà perché lui è calciatore anche nella vita e gioca in prima divisione con il Lampedusa. Ricorda un po’ Cassano fisicamente e nei modi, anche se il suo personaggio, è più puro e ha il potere di cambiare chi gli sta attorno. Emilio Solfrizzi è Michele che con garbo e un pizzico di rabbia interpreta il disagio di chi non ce l‘ha fatta. Anche Solfrizzi, proprio come il suo personaggio, giocava a calcio tra i vicoli di Bari e ha dovuto abbandonare per un ginocchio rotto. In mezzo a questo mondo tutto maschile i personaggi di Rosaria Russo e Elena Bouryka alle prese con il loro “fallimento”.

Piede di Dio è un film lineare, ma drammatico nella sua semplicità. Riesce a emozionare e far sorridere ma anche riflettere sulle contraddizioni di un mondo che vorremmo fosse soltanto “gioco”. C’è dentro ''quella magia che rende possibile il superamento di ogni limite” come ha detto un ''critico cinematografico'' d'eccezione, Gianfranco Zola. I limiti che riusciva a superare il talento brasiliano di Garrincha, e che riesce a dimenticare il giovane Elia quando ha un pallone tra i piedi. Quella magia, del calcio giocato sulla spiaggia, o in casa con una patata, quello che salva e fa sorridere lontano dalle partite artificiali alla playstation. Quando davanti agli occhi increduli dei due protagonisti il procuratore-Re Mida, che non bada al talento ma al guadagno, dice “Cosa c'entra la magia nel calcio? Il calcio non e' un gioco, il calcio e' una cosa seria'' non è detto che gli si debba necessariamente dare retta. E se proprio volete dirci che quel gioco, nella calda e burrascosa estate del 2006 di Calciopoli, è andato perduto, lasciateci almeno la possibilità di tirare l’ultimo rigore. Perché Elia, i rigori, non li sbaglia mai.

doppioschermo

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