Sabato, 02 Maggio 2009 11:30

Il divo - Recensione

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Grottesco e ridicolo. Una farsa da avanspettacolo in cui i governati sono canzonati per l’eccessiva grassezza o per la erre moscia, per la parlata meridionale o per le abitudini smodate. Come in quei varietà dai quali i politici si sentono lusingati, dove amano intrattenersi, rimirandosi agli specchi deformanti. E il cui effetto umoristico è uguale a quello che può suscitare una smorfia di Totò. Questo viene in mente all’inizio guardando l’uomo curvo sul foglio, le mani a molletta che tengono la matita in modo inspiegabilmente innaturale, e il volto puntellato di aghi. Paolo Sorrentino sceglie di cominciare con uno schema semplice, così banale da disarmare. Tessendo quello che è invece un ordito assai ben congeniato vuole dimostrare di aver assimilato le maglie del sistema, e di poter disporre scena dopo scena un arazzo che è così irreale da sembrare più autentico della realtà.

Il Divo è inesorabile come l’uomo a cui si ispira. Nero e spudoratamente impietoso come spudorati e impietosi sono stati gli anni che attraversa. Non mette in scena una biografia. Tratteggia un concetto: il potere. Così come ha preso forma in Italia negli ultimi cinquant’anni. Nel paese della ricostruzione e dell’espansione, delle correnti, delle tangenti e dei mandamenti. Il potere che – per un paradosso della storia - ha preso corpo nel fisico malandato e tanto spesso beffeggiato di Giulio Andreotti. Un uomo che non dorme mai, perché deve studiare, scrivere libri, articoli, curare i suoi contatti, passeggiare all’alba per Roma. Toni Servillo lo raffigura deforme, innaturale. Identico a quello vero, anzi di più. Il volto non è nei tratti quello del Divo Giulio, se non per i particolari più clamorosi: le orecchie flosce sotto gli occhiali pesanti e la bocca a fessura. Caratteristiche che della persona sono la perifrasi. Così come lo sono la testa incassata nelle spalle e quella gobba che per uno vezzo della natura di lombrosiana ispirazione è una metafora della sua condotta di vita. Sottolineata in passaggio del film: “Presidente stia dritto”, raccomanda la signora Enea, sua collaboratrice, all’Andreotti-Servillo. E lui: “Sto così comodo così”.

All’inizio degli anni novanta, quando il film comincia dopo aver proposto in carrellata le esecuzioni che hanno costellato gli anni di fango, il settantenne Andreotti è il signore della gerontocrazia italiana. Avanza verso il suo settimo mandato da Presidente del Consiglio e pare a un passo dal varcare la soglia del Quirinale da Capo dello Stato. L’elezione sfuggitagli (il Parlamento scelse l’allora Presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro) fa da spartiacque. Storicamente, prima l’illimitato potere (le attenzioni per gli elettori, le feste distaccatamente presiedute, il consiglio dei Ministri in casa sua), poi la fine della prima Repubblica (la strage di Capaci, il primo governo Amato, la dissoluzione della DC, Tangentopoli). E narrativamente, perchè il film ripercorre prima i rapporti con poteri occulti (la loggia P2 e la Chiesa Cattolica) infine le accuse per mafia. Il Divo rimane immobile (lo è tutt’ora, dal suo scranno da senatore a vita), e Servillo lo riproduce impassibile nel suo costante ghigno a labbra conserte nei momenti ufficiali così come nella vita privata. Che si tratti dell’emozione per la candidatura alla presidenza della Repubblica o dei momenti di intimità con la moglie Livia. Anna Bonaiuti è brava nel darle voce (bellissima la pronuncia delle erre che è motivo di eccitazione per il marito) quanto Servillo è bravo nella prossemica. Oltre all’architettura perfetta, al montaggio che alterna ballata e rock, alla colonna sonora precisa di Teho Teardo, a un Toni Servillo che Sorrentino farà bene a tenersi sempre più stretto, a rendere perfetto il film contribuiscono anche le interpretazioni esemplari dei personaggi di contorno, il clan di Andreotti: o’Ministro Cirino Pomicino, il Ciarra, il Limone, sua eccellenza Salvo Lima. Personaggi grotteschi, capaci di insegnare l’arte della satira e guardare dall’alto in basso i teatranti da varietà.

doppioschermo

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