Sergey Dvortsevoy è solito definire “cinema di vita” i suoi film, fino ad oggi documentari e medio-cortometraggi, come In The Dark, Highway e Bread Day, che hanno partecipato e vinto a molti festival. Guardando Tulpan – La ragazza che non c’era, il suo primo lungometraggio, che peraltro è già valso al regista kazakho il premio Un Certain Regard al Festival di Cannes, si capisce che per una volta è davvero azzeccata come autodefinizione, e non soltanto per la manifesta familiarità del suo autore con il documentario.Il giovane Asa (Askhat Kuchinchirekov), appena terminato il servizio militare in marina, fa ritorno nella steppa kazakha, dove condivide la yurta con la sorella Samal (Samal Yeslyamova), il cognato Ondas (Ondasyn Besikbasov) e i tre nipoti. Sogna di possedere un giorno un gregge tutto suo, ma perché questo avvenga è necessario che prima trovi una moglie. Per questa ragione tenta di convincere Tulpan, la sola ragazza ancora disponibile in tutta la steppa, a sposarlo, e lo fa raccontando ai genitori di lei mirabolanti avventure con mostri marini incontrati durante la leva. Tulpan però, che né noi né lui vedremo mai, se non per un istante, e di spalle, rifiuta categoricamente di sposarlo a causa delle sue orecchie (sebbene simili addirittura a quelle di un principe, Carlo d’Inghilterra), e progetta di andare a studiare in città.
Asa si consola fantasticando con l’amico Boni (Tulepbergen Baisakalov), unico tramite con la città della famiglia, personaggio allegro e un po’ folle che vaga per la steppa su uno scassatissimo trattore ascoltando dall’autoradio sempre la stessa canzone e con cui il giovane pastore condivide la visione idealizzata di una città piena di donne procaci e incredibili lussi. È proprio con questa civiltà illusoria che Dvortsevoy mette a confronto quella realtà sospesa nel tempo e destinata al declino, fatta solo di distese sconfinate di polvere e radi arbusti, greggi di pecore ormai denutrite, mandrie di cammelli e splendidi canti tradizionali intonati tutto il giorno a squarciagola dalla nipotina Nuka, che copre in questo modo la voce del fratello Beke, al contrario spesso intento a ripetere al padre le notizie apprese dalla radio durante la giornata.
All’interno di quest’impianto naturalistico, Dvortsevoy sceglie di inserire soltanto veri pastori nomadi, all’infuori dei protagonisti, e di filmare in tempo reale il parto di una pecora. Con una semplicità priva di artifici ma non di accuratezza, giacché appare subito evidente la sua cura per ogni inquadratura, Dvortsevoy, come nelle opere d’arte migliori, ci mostra quella poesia che c’è anche nei gesti più quotidiani. Nella vita, appunto.




