Matteo Gatti (Raoul Bova) é un giornalista televisivo sempre presente e un padre altrettanto assente. Quando il figlio Marco (Alessandro Sperduti) muore per una pasticca di ecstasy, Matteo si precipita nella Milano tossicomane per indagare, per fuggire, per scoprire ciò che non immaginava di trovare.In un rapporto simbiotico e mimetico con gli eroi della Squadra Speciale di Polizia, quello del protagonista si tramuta in un doppio viaggio: nel mondo della droga e in sé stesso.
L’intento documentaristico, attraverso l’improvvisazione degli attori e con una telecamera di conseguenza traballante ed instabile, pedinatrice imparziale della vita e della realtà, solleva molteplici duplicità.
Il rapporto padre e figlio, marito e moglie, documentario e finzione, realtà e droga, la ricerca dell’altro e la ricerca di sé stessi.
Cosa cerchiamo? Cosa manca? Perché non siamo felici con quello che abbiamo?
Le riprese distaccate (apparentemente) non danno risposta e l’icastica oggettività sembra trasferire direttamente su pellicola immagini del reale.
Eppure quella che si vede è una realtà che, passando per vari strumenti, non è più tale, semmai la sua riproduzione. Emblematico lo schermo del computer attraverso cui Matteo vede frammenti di vita del figlio che a sua volta ha ripreso sé stesso e ciò che lo circonda con il videofonino. I rapporti con gli altri, il film in sé sono inevitabilmente filtrati sempre da un mezzo: quello cinematografico. La visione vergine della realtà è quindi per ovvi motivi alterata. La reiterazione di mezzi allusivi al cinema come sola possibilità per esserci, per comunicare. Sembra che si riesca ad ascoltare e a conoscere l’altro solo se visto non realmente perché, viverlo, per il protagonista, è troppo impegnativo. Simile a sua volta ad un drogato, ossessionato e dipendente così visceralmente dalla sua realtà da dimenticare la famiglia, l’assenza di (e in) Matteo permane costante.
L’occhio della telecamera, suggerito in varie forme, mostra la mancanza: immagini piene di realtà, vuote, sole. La nuova vita incontaminata, alla fine del film, pretende la presenza. Essere per sé stesso ed esserci per l’altro come forse unica fonte di reale pienezza.




