Sabato, 14 Febbraio 2009 12:55

L'ospite inatteso - Recensione

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Un vecchio professore universitario di Economia, annoiato dai meccanismi dell’insegnamento per il quale non riesce più a trovare nuove parole, prende lezioni di pianoforte per cui non ha la benché minima capacità e tanto meno trasporto. Si sente quasi in obbligo di tentare per onorare la moglie, pianista di talento, morta cinque anni fa.
Il professore Walter Vale scoprirà che in verità il suo ritmo e il suo sound viaggiano sui suoni primitivi dello djambe. Per scoprirlo Walter farà un percorso insolito che lo porterà ad incastrare la sua vita con quelli di altri personaggi che gli faranno prendere atto dell’inautenticità della sua esistenza. Il primo passo che lo spinge via dal Connecticut, dove appunto insegna, è una conferenza che si tiene a New York alla quale deve recarsi per sostituire un collega. Il suo appartamento newyorchese non è vuoto come avrebbe dovuto essere, ma è stato affittato illegalmente a una coppia di immigrati, il giovane siriano Terek (Haaz Sleiman) e la sua ragazza senegalese Zainab (Danai Gurira). Sebbene disorientati e incerti dove trovare alloggio su due piedi, la coppia lascia l’appartamento in quanto consapevoli della loro posizione in errore. Walter, dopo averli lasciati andare, decide di recuperarli appena arrivati giù in strada e di ospitarli finché non troveranno una nuova sistemazione.
La convivenza è facilitata dalle note dello djambe, strumento che Terek suona per passione e per lavoro. Le sue esercitazioni che avvengono nell’appartamento o al parco, non disturbano affatto il professore, al contrario lo affascinano e quando Terek sorprende Walter picchiare sul suo strumento alla ricerca della giusta ritmica, non perde l’occasione per insegnargli qualche combinazione di colpi.
Walter da ora tiene il tempo a suon di djambe, che sia alla conferenza oppure a suonare con gli amici di Terek al parco. Questa amicizia, così inaspettata tra due uomini tanto differenti e lontani come mondi, sarà suggellata nel momento in cui Terek per un banale controllo fatto dalla polizia, verrà arrestato e portato, in quanto clandestino, in un centro di detenzione dell’ I.C.E. (Immigration and Customs Enforcement).
Walter non abbandona l’amico alla sua sorte. Sia Zainab che Mouna (Hiam Abbass che abbiamo visto recentemente nel film Il giardino dei limoni), la madre di Terek che successivamente apprenderà della sorte del figlio e lo raggiungerà a New York, sono immigrate irregolari e quindi non hanno la possibilità di fare visita al ragazzo. La sola persona che può aiutare il giovane, non solo procurandogli un avvocato, ma anche perché unico tramite tra quel mondo invisibile costruito nel bel mezzo di un quartiere fatiscente in cui Terek è rinchiuso e le persone amate, è Walter.

L’America non coltiva più quel sogno per cui milioni di individui hanno attraversano le peripezie più crude convinti di trovare la loro opportunità di esistere, non con la stessa sfrontatezza. Non è l’America che accoglie indistintamente tutti e che indistintamente può sollevare o mettere da parte. Almeno non qui.
La nazione a stelle e strisce diviene più cinica e il post 11 settembre ha cambiato i connotati di un intero paese, forse ne ha cambiato anche lo spirito.
Richard Jenkins è uno di quegli attori bravissimi di cui però ti scordavi sempre il nome. Eri certo di averlo visto in qualche altro film, ma non ricordavi mai in che film. Questa volta diamo valore a Jenkins che ha indossato i panni di un uomo comune, da un volto comune, che ci ha scaldato i cuori con il suo sfogo di djambe in metropolitana, che ha saputo raccontarci l’incomprensione di un americano quando vede il suo paese che per dovere di sicurezza chiude drasticamente le porte in faccia a coloro che lui definisce brave persone, il tutto senza validi elementi se non quello del sospetto.
Dalle vicende sociali a quelle personali. La pellicola fotografa l’attuale sistema d’immigrazione americano, ma anche le sorti dei quattro personaggi, che si perdono, si trovano e di nuovo si perdono per sentirsi nuovamente vivi, anche se in luoghi e posti diversi da quelli che immaginavano e speravano.

doppioschermo

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