Il prologo riassume, attraverso dei filmati di repertorio, lo scandalo del Watergate e le conseguenti dimissioni di Nixon dalla carica presidenziale. Tre anni dopo David Frost, giornalista e presentatore televisivo, coglie l’occasione per tentare di dare una svolta decisiva alla sua carriera. Il piano lo vede conduttore di quattro interviste durante le quali cercherà di far confessare all’ex presidente la verità sul Watergate. Il tutto senza tenere in minima considerazione l’astuzia e l’intelligenza del suo avversario.
Di rimando Nixon vede invece nelle interviste, oltre che un considerevole guadagno, la possibilità di ricostruire la sua immagine, facendo anch’egli l’errore di sottovalutare l’ambizione di Frost.
Sicché, superate le difficoltà iniziali con le produzioni televisive, il “folle” progetto prende il via, catapultando i due uomini in un’estenuante conflitto psicologico.
Ron Howard riesce con intelligenza a delineare i profili dei personaggi. Gestendo inizialmente Frost come un dandy sfrontato e superficiale, per poi rivelarlo solo ed insicuro, e Nixon come un anziano gentiluomo, in realtà tormentato dai demoni interiori. Lungi dall'essere una giustificazione ai misfatti nixoniani, il film riesce a coinvolgere lo spettatore senza mai essere parziale.
Straordinarie le interpretazioni degli attori, che hanno portato, nel caso di Langella, ad una meritata nomination all'Oscar, preceduta tra l’altro dalla vittoria di un Tony Award per lo spettacolo teatrale. Sebbene non siano da meno gli splendidi comprimari, tra i quali spiccano Sam Rockwell nei panni di James Reston Jr, giornalista d'assalto nella squadra di Frost, e Kevin Bacon, nel ruolo di Jack Brennan, fido consigliere del presidente. Quest’ultimo riuscito nella difficile impresa di caratterizzare un personaggio tendenzialmente monodimensionale.
Un’interpretazione che, per quanto breve, avrebbe meritato una candidatura per il ruolo da non protagonista. E, restando in tema di Oscar, bisogna ammettere che Howard si riconferma un regista molto apprezzato dalla commissione dell'Academy. Anche questo suo ultimo lavoro ha ricevuto le candidature per i premi più ambiti, miglior regia e miglior film. Riconoscimenti che già aveva rischiato di vincere nel 2002 con l'intenso A Beautiful Mind. Chissà che questa non sia la volta buona.




