Seconda regia (a 18 anni di distanza dal suo esordio, il bizzarro e variopinto Joe contro il vulcano con Tom Hanks e Meg Ryan) del 58enne drammaturgo newyorkese John Patrick Shanley, già Oscar vent’anni fa per la sceneggiatura di Stregata dalla luna e baciato recentemente da un grande successo teatrale (con tanto di Pulitzer e Tony) per questo “Dubbio”, arrivato anche in Italia con Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi nel ruolo dei due protagonisti. Le ferree regole dello star-system hanno imposto anche l’adattamento cinematografico, diretto dallo stesso Shanley con inventiva da carpentiere polacco (a parte la scena della predica sul pettegolezzo); la traduzione è pedissequa e si fregia solamente di interpreti sopraffini, su cui svetta una Meryl Streep al di là del bene e del male, oltre ogni elogio per l'irrisoria facilità con cui quest'anno è passata da un musical strampalato come Mamma mia! a uno spesso dramma psicologico come questo senza perdere un'oncia di credibilità.
Naturalmente ben scritto (apprezzabile soprattutto il finale, per come riesce ad essere ugualmente drammatico mantenendosi in contemplazione invece che avventurarsi in un tentativo di soluzione dell’intreccio con estemporanei dii ex machina), teatralissimo specialmente nella seconda parte, ha scarsa verve e le stesse dispute, dal vivo appassionanti, perdono molta della loro vivacità se private della fisicità degli attori sul palco. Più che iniettare il tarlo, insomma, anestetizza, lasciandosi scivolare verso la sua naturale (non) conclusione per pura inerzia. Roger Deakins, addetto alla fotografia e operatore al tempo stesso, aggiunge la sua qualità di cinematographer puntando anche sulla rappresentazione meteorologica del conflitto: il tormento è una tormenta (di vento) che scompiglia il vestito di suor Aloysius. Philip Seymour Hoffman vivrà di rendita per un po', se è vero - com'è vero - che un'interpretazione normalmente ambigua gli ha fruttato la terza candidatura all'Oscar in quattro anni. Film esclusivamente di attori, come se ne facevano negli anni ’80 (anche a sfondo clericale: cfr. Agnese di Dio, 1985, regia di Norman Jewison, con Anne Bancroft in un personaggio affine a quello di Meryl Streep); premiando il cast con una pioggia di nominations (ben quattro, di cui una - quella per Viola Davis - per merito di una sola, singola scena), l’Academy, bontà sua, ha dimostrato ancora di gradire pellicole del genere. E il destino sarà probabilmente lo stesso: un film che si dimenticherà nel giro di un trimestre.




