È forse questa la scena migliore di Valzer con Bashir, dell’esordiente Ari Folman. Il regista, da giovane, partecipò alla guerra d’Israele contro il Libano nell’82. A distanza di molti anni ha provato a ricostruire quella tragica esperienza. Il risultato è uno splendido documentario d’animazione, realizzato sostituendo al classico girato le tavole ridisegnate per ogni singolo fotogramma.
Il titolo prende spunto dalla morte di Bashir Gemayel, presidente del Libano, ucciso nel settembre del 1982. Al centro del racconto la guerra tra Israele e il Libano. E soprattutto il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila da parte delle milizie libanesi cristiano-maronite. Quando per tre giorni vengono massacrati donne, uomini e bambini sotto lo sguardo «passivo» dell’esercito israeliano, a cui era affidata la sorveglianza dei campi profughi a Beirut. A capo del ministero della Difesa israeliano c’era allora il generale Ariel Sharon, che dopo la strage una commissione d’inchiesta definì «non idoneo al comando» (anche se dopo alcuni anni diventerà primo ministro).
Un’opera che gioca sul confine tra sogno e realtà. Tra tragedia della guerra e la rimozione individuale (quindi di collettiva) di un’esperienza del genere. Un film che si apre col racconto di un incubo ricorrente (26 cani che inseguono un uomo fin sotto casa). Un sogno che diventa il pretesto per un viaggio a ritroso del regista tra i ricordi suoi e di chi, come lui, condivise l’esperienza di quella guerra all’inizio degli anni Ottanta. I compagni d’armi di allora. Che non ricordano. O non riescono a farlo.
Una narrazione, sempre in soggettiva, che racconta la guerra nel suo farsi. In una cornice dove i motivi che sottendono al conflitto passano in secondo piano per lasciar spazio ai corpi coinvolti nel conflitto: quelli dei militari libanesi e israeliani, che agiscono la guerra, e quelli dei civili che la subiscono inermi. E la guerra è qui raccontata senza mediazioni. All’inizio, vediamo l’esercito israeliano che sbarca sulla coste del Libano. La prima auto sotto tiro viene crivellata di colpi. Dentro una famiglia. Civili, uccisi. Poi si passa all’azione. Un tank dell’esercito israeliano attraversa un terreno dalla vegetazione fitta, sparando da entrambi i lati per tutto il percorso. Ma senza un obiettivo. E quando un compagno chiede al protagonista: "Ma a chi stiamo sparando?" La risposta è laconica: "Tu spara".
Un montaggio che alterna alle scene del conflitto le interviste che il regista fa con i suoi vecchi compagni per far riemergere quelle giornate. Folman stesso all’inizio non ricorda. Ha rimosso. Lentamente, con il confronto con i vecchi compagni, con chi come lui era a Beirut in quei giorni, inizio un lungo viaggio tra la storia e i sogni che inquietano le notti del protagonista. Dall’oblio della memoria si passa alla "consapevolezza" d’aver dimenticato. E di sapere anche allora ciò che stava accadendo nei campi profughi ("Se solo avessimo collegato", dice Folman a se stesso). Una terapia psicanalitica che attraverso la forza delle immagini animate mescola i piani. Unisce il dolore per ciò che accadde ("io c’ero") alla necessità di fissarlo nella memoria ("ora ricordo"). Sullo sfondo, la guerra infinita contro i palestinesi. Che si trovino in Libano o nella Striscia di Gaza poco importa. Nel nuovo millennio, come nel secolo scorso, la storia si ripete.




