Venerdì, 16 Ottobre 2009 13:31

Lo spazio bianco - Recensione

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“Sto li dentro tutto il giorno. Aspetto che nasca. O che muoia. Non lo so...”. Lo spazio bianco è una zona di confine. E’ il luogo in cui Vita e Morte si contendono il respiro, quella camera senza colore territorio dell’attesa.  E’ l’eterno presente di una donna che ha sempre deciso per sé e si ritrova all’improvviso a non poter scegliere. Ed è Napoli che nonostante tutto resiste. Come in Carlo Giuliani, ragazzo e in Mi piace lavorare (mobbing), anche per il suo ultimo film Francesca Comencini ha scelto di aggiungere la sua voce al gran parlare che si fa di fatti divenuti scontri ideologici. Lo spazio bianco, che traduce in volti e voci l’omonimo romanzo della napoletana Valeria Parrella, è la storia di Maria, che inaspettatamente deve imparare a fare la madre. Ma è un percorso troppo accelerato, la bambina ha fretta di nascere, e Maria lascia in sospeso quello che le piace della sua vita, per trascorre tre mesi nell’incertezza. In quel periodo il suo “dover” essere madre, ruolo che all’inizio le sembra piovuto dall’alto, diventa un “voler” essere madre. Ma non può sceglierlo, deve solo aspettare. Aspettare che sua figlia muoia o che nasca per davvero. Troppo facile fare di questa storia la bandiera di battaglie moralizzanti, che tentano di azzerare per legge i dubbi più cruciali di una donna. Puntualmente è successo. E Comencini ha dovuto puntualizzare: il film non è l’apologia di una scelta di vita. Tra l’altro lei, madre di tre figli di due padri diversi, si è spesa per la laicità dello Stato, per il diritto della donna a scegliere se essere madre e per la possibilità di utilizzare il percorso meno doloroso per la donna che debba rinunciarvi.  E questo si legge anche tra le righe del film, come quando Maria rimane allucinata dalla violenza dell’irruzione della polizia nel reparto prematuri dopo la denuncia di un aborto fuori termine non rianimato. Un fatto veramente accaduto a Napoli, e che la regista fedelmente riporta. Comencini osa con le inquadrature e trova una sponda pressoché perfetta in Margherita Buy, per la prima volta in un ruolo che la sveste dai quei tic che l’avevano resa la personificazione dell’isteria femminile. Le inquadrature la seguono costantemente, e lei regge con naturalezza le pose senza vestiti e i primi piani negli scambi di battute più intense. La narrazione è originale, minimalista della scelta delle inquadrature strette, sorretta da una fotografia che minimizzando i colori caldi impreziosisce le immagini,  e ben punteggiata dalle scelte musicale. Tanto che si fanno perdonare anche le sbavature tecniche nella composizione e una scena così surreale (il balletto delle mamme tra le incubatrici dei propri figli) da risultare completamente slegata dal film. Assolutamente in sintonia, invece, è la scelta dei set. Napoli risulta una città dominata dai toni grigi che non la rendono monotona, anzi, le regalano splendore. Il film inizia con una citazione cinematografica nell’inquadratura di una rampa di Montesanto famosa per Ieri, oggi e domani. Le enormi distesa di acqua, montate a intervalli regolari, sono metafora di uno spazio bianco che non è la fine del foglio, ma una pausa prima di ricominciare.

 

La scheda

 

Genere: Drammatico
Cinema Premiere: 16/10/2009
Paese di produzione: Italia
Diretto da: Francesca Comencini
Produttore: Fandango , Rai Cinema , Campania Film Commission
Cast: Margherita Buy , Gaetano Bruno , Giovanni Ludeno , Antonia Truppo , Guido Caprino , Salvatore Cantalupo , Maria Paiato
Durata del film: 96 min
Anno di produzione: 2009

Trama in breve: Maria aspetta una bambina, non è incinta più ma aspetta lo stesso. Aspetta che sua figlia nasca, o muoia. E se c"è una cosa che Maria non sa fare è aspettare. E" per questo che i tre mesi che deve affrontare, sola, nell"attesa che sua figlia Irene esca dall"incubatrice, la colgono impreparata. Abituata a fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze e a decidere con piena autonomia della propria vita, Maria si costringe ad un"apnea passiva che esclude il mondo intero, si imprigiona nello spazio bianco dell"attesa. Ma questo sforzo di isolamento doloroso consuma anche l"ultimo filo di energia a disposizione: la bolla di solitudine in cui Maria si è rinchiusa è messa a dura prova e alla fine esplode. E" necessario che Maria salvi se stessa per riuscire a salvare la bambina. Non c"è che una soluzione: consentire al mondo di irrompere nella propria esistenza e concedersi il privilegio di ritornare a vivere. E così inventarsi la forza per accompagnare Irene alla nascita.

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